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Ciclismo su strada: siamo a un punto di non ritorno?

News, Rubriche e opinioni • di 19 Novembre 2019

Allenarsi in bici sulle strade di casa e rischiare di non tornarci, a casa. È una spiacevole sensazione che domenica scorsa, la terza di novembre che è anche la Giornata Mondiale del Ricordo delle Vittime della Strada, il ciclista professionista Alessandro De Marchi ha provato sulla sua pelle: una persona alla guida di un’auto lo ha stretto sfiorandolo e rischiando di farlo cadere in terra, una questione di centimetri che si è risolta fortunatamente con un grande spavento e uno sfogo sui social per puntare il dito contro “quell’automobilista ignorante” che ha rischiato di ucciderlo per un sorpasso azzardato.

La cosa non è passata inosservata: le parole del ciclista del Team CCC sono state riprese da molte testate ed è nato un dibattito sulla sicurezza che non c’è, sulla mancanza di rispetto per chi pedala, sulla frequenza impressionante di morti e feriti immolati sull’altare della velocità, sui controlli insufficienti e sulle pene irrisorie che rischia chi mette in pericolo la vita altrui per un banale sorpasso, o per arrivare in auto dieci secondi prima all’edicola in fondo alla strada, come nel caso di De Marchi.

In questi anni abbiamo seguito da vicino il tema della sicurezza stradale dei ciclisti e, dopo la morte violenta di Michele Scarponi, la nascita e lo sviluppo della Fondazione a lui dedicata che ha come motto “La strada è di tutti a partire dal più fragile” e nel logo il “piede a terra”, quello che del gregario che pedala per i propri compagni: un simbolo di altruismo. Ma dove sta pedalando il ciclismo su strada italiano? Siamo giunti a un punto di non ritorno? Il luogo di lavoro di chi si allena è un campo di battaglia dove i ciclisti in sella sono come vasi di carbonio in mezzo a un mare di lamiere, sono duri ma estremamente fragili e sempre più a rischio perché si muovono in un contesto ostile fatto a uso e consumo delle quattroruote a motore.

Non a caso la risposta più ficcante e meno scontata allo sfogo di De Marchi, come riporta Paolo Bellino sull’Adnkronos, è venuta proprio da Marco Scarponi, segretario generale della Fondazione intitolata a suo fratello e in prima linea per la sicurezza stradale di tutti: “La Federazione Ciclistica Italiana, caro Alessandro, cosa fa? Perché nessuno nel Palazzo alza la voce? A parte Davide Cassani che ci mette tutto se stesso, io vedo il vuoto. Ascolto il vuoto. Un vuoto arredato da pubblicità di auto ovunque, soprattutto alle vostre competizioni. Zero prevenzione. Zero educazione. Nessun progetto degno di questo nome. Nessuna volontà di cambiare lo status quo. Anzi sembra che ci sia una gran voglia di distruggere, alla base, il ciclismo su strada”.

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Parole che pesano e che chiamano in causa direttamente la Federciclismo, anche nel passaggio finale: “Nessuno ci sente, caro Alessandro, perché noi non siamo uniti e non abbiamo coscienza della gravità della situazione, se non quando ne veniamo coinvolti personalmente e chi dovrebbe essere sul pezzo tutti i giorni, perché ne ha invece gli strumenti e la forza, ha altre cose più importanti da fare, a quanto sembra, che preoccuparsi della vita dei propri tesserati”. Concordo su tutto, nient’altro da aggiungere.







5 Risposte a Ciclismo su strada: siamo a un punto di non ritorno?

  1. ciclistaSperanzoso ha detto:

    mi spiace leggere la descrizione di ogni mia maledetta uscita in bicicletta: la mia unica colpa é quella di essere nato in Italia e in particolare nella stessa Brianza, i cui pericoli sono già stati narrati dal mitico ct Cassani in una sua recente pedalata.
    O forse, ho sbagliato a scegliere la bici e il ciclismo.
    Ma la verità é che la bici ha scelto me, e la passione é enorme: non voglio appendere la bici al chiodo e rinunciare alla mia ragione di vita.
    Spesso si dice che la bici sia la metafora della vita: alti e bassi, sofferenza, fatica gioia ricompense.
    Ma in Italia no, significa morte.
    Chissá se finiró mai l’università…e non intendo per la difficoltà degli esami.
    Non é possibile in un paese civile uscire di casa in bici per recarsi a lavoro, a scuola, o per lavorare in bici (ciclisti professionisti, fattorini) o semplicemente per svago e rischiare di non tornare.
    Spesso mi chiedo come si sia giunti a tutto ció: sarà il troppo benessere della società moderna che ha portato ad avere un’automobile a testa, o perché il cervello umano diventa sempre piccolo e limitato?
    Eppure si potrebbe risolvere facilmente il problema della insicurezza stradale, serve soltanto che tutti siano attenti a tale tematica e che vogliano davvero un cambiamento.
    Purtroppo il dio denaro vale piú della vita umana e chi fa le leggi non vuole il cambiamento: se tutti usassero la bicicletta chi finanzierebbe lo stato con i carburanti, con il ricavato delle autoscuole?
    se vietare l’automobile vi sembra eccessivo, perché non si rende piú difficile e severo l’esame della patente? perché non c’é un esame tossicologico quando si prende la patente?
    é cosí difficile un sistema tipo telepass che in automatico impedisca che le automobili superino i 30 km/h in cittá?
    giá mi sento odiato: guai a chi toglie l’automobile agli italiani! non saprebbero piú vivere perché le scarpe sono solo per bellezza non per camminare; “in cittá non cammino tanto mi faccio il weekendino in montagna (ovviamente arrivo con il suv) e faccio trekking; e levati ciclista di merda che mi rallenti! il tempo e denaro” etc etc.
    bisogna cambiare mentalitá: i bambini crescono in auto e notizia recente per “incoraggiarli” li portano in sala operatoria sull’automobile giocattolo. con questa educazione e per emulazione dei genitori non c’é da meravigliarsi se non vedono l’ora di prendere la patente…
    magari mi credete un utopista, allora non bastarebbe rallentare, usare prudenza, spegnere l’autoradio e quel fottuto smartphone che ci sta rincoglionendo?. concentratevi alla guida e non distogliete lo sguardo neanche per un secondo; non é vero che sappiamo fare tante cose insieme, neppure le donne sono multitasking, fate una sola cosa e per bene!
    dovete rispettare tutti gli utenti della strada e anche voi stessi: se ammazzate qualcuno andate al fresco!
    la vita é un bene prezioso!

  2. Klinsander ha detto:

    Ciclistasperanzoso la penso in toto come te.
    Educazione, formazione e sicurezza anche dalla tecnologia con limitatori di velocità controllati dal GPS, in città max 30km/h.
    Saluti.

  3. Pierluigi Vernetto ha detto:

    l’automobile e’ droga, LSD distribuita dal sistema per mantenere la popolazione schiava dell’ingranaggio di produzione-consumo-distruzione del pianeta. Che si voglia mantenere tutti dipendenti dall’auto non e’ solo un fatto di business, ma soprattutto un fatto politico di controllo e mantenimento nella dipendenza. Scordati ogni iniziativa politica, quelli sono a 90% davanti ai padroni delle ferriere.

  4. Ciclista Sdraiato ha detto:

    Pubblicità di auto che sfrecciano ovunque e in qualunque situazione, con le scritte in piccolino che avvisano che la situazione mostrata non è reale e/o che bisogna guidare responsabilmente (e già questo dovrebbe far pensare) + patenti rilasciate e rinnovate con troppa facilità (es: chi pensa che la strada sia sua e vorrebbe tirare sotto tutti quelli che lo irritano, ha i requisiti psichici per poter guidare?) + auto che deresponsabilizzano i guidatori con sensori a destra e a manca (“posso anche distrarmi con lo smartphone o con lo schermetto che mi fa da autoradio, navigatore, tachimetro-contachilometri, posso connettere lo stesso smartphone alla macchina e smandruppare il manettino delle modalità di guida, ché tanto la macchina si ferma da sola se c’è un ostacolo e alla peggio c’ho gli airbag e la struttura che assorbe gli urti”). Cosa mai potrebbe andare storto?

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