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È tempo che Renato Di Rocco lasci la Federciclismo

News, Rubriche e opinioni • di 23 Novembre 2019

Ieri è stata una giornata storica: credo che mai prima d’ora sia capitato che in un solo giorno la nazionale di una qualunque disciplina abbia dovuto rinunciare a ben due atleti.

Ieri, venerdì 22 novembre 2019, dapprima è toccato a Letizia Paternoster, ventenne con un palmares di ben 26 medaglie, scaraventata a terra da un automobilista distratto durante un’allenamento in strada che le è costato la frattura del polso; e poi a Vittoria Bussi, 32 anni e detentrice del record dell’ora, che in modo analogo ha riportato diverse contusioni, ma niente di grave.

Questi due episodi arrivano a ridosso dello sfogo del ciclista professionista Alessandro De Marchi che aveva rischiato la stessa sorte solo 4 giorni prima e a meno di tre mesi di distanza dell’investimento di Domenico Pozzovivo che gli procurò la frattura di clavicola, omero, ulna, tibia e perone.

Mentre i nostri atleti vengono decimati sulle strade italiane, ciò che maggior stupisce, oltre all’indifferenza della politica, troppo occupata a inseguire le emergenze che quotidianamente vengono sollevate dai vari media e capibastone, è la totale passività della Federazione Ciclistica Italiana rispetto al tema che continua a non affrontare.

Intanto le associazioni che si occupano di mobilità (FIAB, Salvaiciclisti, Italian Cycling Embassy e altri) da mesi stanno facendo fronte comune per provare a indirizzare (con qualche successo) le politiche di governo, ma la Federciclismo continua imperterrita con il proprio isolazionismo fatto di gestione di un movimento che evidentemente non riesce più a rappresentare, probabilmente a causa di un vertice ormai stanco e inadeguato alle sfide del nuovo millennio.

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A memoria mia non ricordo infatti una sola volta in cui la Federazione, nella persona del presidente Renato Di Rocco, abbia preso una posizione netta per la tutela dei propri tesserati o che abbia rivolto un appello a un qualsiasi organo dello stato per ottenere maggiore attenzione.

E mentre ancora non proferisce parola sull’investimento delle due azzurre che avrebbero avuto il compito di traghettare il nostro paese verso le Olimpiadi di Tokyo e nulla ha avuto da aggiungere alla denuncia di Alessandro De Marchi della scorsa settimana, ancora riecheggiano le parole pronunciate da Di Rocco in occasione dell’incidente a Pozzovivo: “La sicurezza dei ciclisti è la più grande criticità che abbiamo, sono in aumento gli incidenti. L’automobilista dovrebbe avere più sensibilità nei confronti di un utente più debole come il ciclista.”.

Insomma, anche in quel caso Di Rocco se l’è cavata con un semplice appello agli automobilisti a essere più attenti, con lo stesso registro linguistico che potrebbe avere una candidata a Miss Italia che invoca la pace nel mondo.

E come dimenticare il commento in occasione della morte di Michele Scarponi quando parlò di “destino scritto male” invece che di strade progettate male, di mancanza di educazione degli automobilisti, di mancanza di controlli sulle strade e di mancanza di politiche dedicate da parte del governo centrale?

Ma non è che le posizioni del presidentissimo si siano affievolite nel corso degli ultimi anni perché, come recita un antico adagio siciliano, “chi nasce tondo non può morire quadrato”: la prima e unica volta in cui ho parlato con Renato Di Rocco era il 2012, in occasione di una tavola rotonda organizzata dalla Gazzetta dello Sport sul tema della sicurezza dei ciclisti.

Io ero presente in rappresentanza del movimento #salvaiciclisti, accanto a me sedeva Kaya Burges, il giornalista che aveva lanciato in Gran Bretagna la campagna “Cities fit for cyclists” e, poco più in là, c’era Di Rocco.

Si parlava dei 270 ciclisti morti ogni anno sulle strade italiane e Di Rocco non smise un attimo di raccontare quanto stesse facendo la FCI per la sicurezza dei ciclisti e lo sentii dire cose come “bisogna aumentare gli spazi nei parchi per far pedalare i ciclisti urbani”, segno che la bicicletta veniva da lui concepita unicamente come articolo sportivo da utilizzare in appositi spazi dedicati.

E mentre il Di Rocco si arroccava su posizioni novecentesche, in in Gran Bretagna il contributo della federazione British Cycling portava alla conquista di montagne di medaglie e all’aumento del numero dei ciclisti urbani dal 2% all’8% della popolazione; in Germania Rudolf Scharping (presidente della federazione tedesca) chiedeva e otteneva la modifica del codice della strada.

I risultati di questi 15 lunghissimi anni da presidente parlano chiaro: non solo per la crescente insicurezza di chi pedala a cui Di Rocco non ha saputo opporre resistenza, ma anche per la riduzione del numero di eventi organizzati sul territorio nazionale, del numero di società affiliate, del numero di tesserati (si vedano i bilanci d’esercizio FCI) e, dulcis in fundo, per la crescente irrilevanza a cui il nostro paese sembra condannato nelle competizioni internazionali, visto che da tre anni a questa parte l’Italia non ha più neppure una squadra che partecipi alle competizioni del circuito UCI World Tour (leggasi Giro d’Italia, Tour de France e robetta simile).

Non me ne si voglia a male, quindi, se con queste poche righe invoco un cambio al comando della Federazione Ciclistica Italiana che a breve andrà a elezioni per il rinnovo della presidenza, nella speranza che Di Rocco, all’età di 72 anni, possa finalmente godersi un po’ di meritato riposo dopo tanti anni di duro lavoro.







6 Risposte a È tempo che Renato Di Rocco lasci la Federciclismo

  1. Ciclista Sdraiato ha detto:

    I ciclisti a sgambettare nei parchi, e se s’azzardano a pedalare per strada e vengono investiti beh, è solo una fatalità. Sì, credo anch’io che il signor Di Rocco debba andare in pensione al più presto. Con la speranza che con l’enorme quantità di tempo libero che avrà a disposizione gli venga voglia di inforcare la bicicletta e percorrere qualche percorso al di fuori delle “riserve per ciclisti” che tanto gli piacciono, per rendersi conto del significato e del peso delle sue parole

  2. Pino ha detto:

    Dopo in grande Adriano Rodoni solo “Omini”
    Di Rocco era diventato presidente perchè essendo segretario della F:C:I: conosceva tutti ed aveva tanto potere.
    Forza Martinello il Ciclismo ha bisogno di te.

  3. Andrea Gerosa ha detto:

    Pienamente d’accordo. Raccogliete le firme?

  4. Luca De Ponti ha detto:

    Dai ragazzi cerchiamo di non essere ridicoli. L’invito e’ quello di usare il cervello.. Invocare l’educazione stradale e’ come dire che i ragazzi devono andare a scuola. Ovvieta’ scontate e inconcludenti. Abbiamo gia’ la tecnologia per scongiurare alcuni incidenti e non viene applicata . Sulle macchine moderne ci sono gia’ i sensori laterali e frontali. Bisogna renderli obbligatori sulle nuove macchine. Poi basta mettere un chip dedicato sul tappo fermanastro A sinistra del manubrio della bici che si collega con un segnale acustico DEDICATO per l’automobilista quando un ciclista e’ vicino. Costo vicino allo zero. Non togli gli automobilisti irresponsabili dalle strade ma salvi qualche vita.

    • Ciclista Sdraiato ha detto:

      Faccio uso di una citazione ehm… colta: sono pienamente d’accordo a metà con te. L’educazione porta consapevolezza e rispetto, mentre la tecnologia di per sé no: può aiutare in situazioni limite (sbagliare è umano), ma non si deve demandare tutto a sensori e software (entrambi non infallibili). Quindi, secondo me, innanzitutto viene l’educazione e poi i sensori

  5. Aliso ha detto:

    Di Rocco era Segretario della Federazione negli anni 70′, ci pensate è ancora lì, oggi (da anni) come Presidente.
    Sarebbe anche BASTA.

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