Bikemeron #2 | Il Salentino dalle mani lungimiranti

8 Marzo 2020

Bikemeron è una raccolta di racconti di storie belle e positive che stiamo raccogliendo per offrire un po’ di sollievo ai fruitori di internet che in questi giorni sono assediati dalla paura del contagio da un nuovo virus. Pubblicheremo un racconto al giorno per tutta la durata dell’emergenza. Se vuoi contribuire alla raccolta, invia il tuo racconto su come la bicicletta ti ha salvato o cambiato la vita a info@bikeitalia.it


Il Salentino dalle mani lungimiranti

di Roberto Peia

Il suo percorso preferito: Gallipoli – Torre San Giovanni – Santa Maria di Leuca – Castro – Santa Cesarea – Otranto – Maglie – Parabita – Gallipoli.

A volte anche in senso contrario, ma quello antiorario era il suo preferito. Il primo pezzo, lungo la litoranea fino al Capo con il mare piatto alla sua destra, serviva a scaldare la gamba. La parte da Leuca ad Otranto, più movimentata e con qualche salita lungo la costa rocciosa, gli dava modo di cambiare ritmo. Il terzo lato del triangolo, quello all’interno del profondo Salento, gli serviva per saggiare la sua resistenza lungo i rettilinei, spesso resi infuocati da quel sole implacabile e accecante.

Erano gli ultimi anni del boom economico. Appena concluse le scuole medie, Nicola era riuscito ad essere assunto in una fabbrica di Casarano, il che gli aveva evitato quello che toccava in sorte a molti dei suoi cugini o parenti: emigrare su al Nord o spaccarsi la schiena nei campi, rovinandosi le mani che aveva lunghe, forti e sensibili, con le vesciche e i calli che vengono inesorabilmente a chi deve usare la zappa e il badile.

Dopo il primo anno di lavoro era riuscito a mettere da parte la somma sufficiente per coronare il suo sogno: avere una bicicletta da corsa. Salvatore Colturano, il caporeparto della ditta di Casarano in cui lavorava, era anche il direttore sportivo della Virtus Salento; una società sportiva che comprendeva tre squadre di calcio, due di pallavolo – una maschile e una femminile -, due di pallacanestro: una maschile e una femminile.

Da quest’ultima era uscita la gloria sportiva della Virtus e di quella parte del tacco: la playmaker che era diventata professionista e la cui vendita del cartellino aveva dato alla società in cui era cresciuta la possibilità di fare qualche investimento. Con questi soldi Salvatore aveva potuto forzare la società ad aprire un nuovo settore: il ciclismo su strada, il suo sport preferito, ma che all’epoca in Puglia non aveva espresso corridori famosi, né aveva molto seguito.

Durante il Giro d’Italia, faceva accendere la grossa radio a transistors e tutti gli operai erano così costretti a seguire la radiocronaca delle varie tappe. Nicola era l’unico che restava rapito e affascinato da quei racconti radiofonici e la sua mente cercava di immaginarsi i campioni, le biciclette, le vette, le fatiche, gli attacchi, le tattiche. Con Salvatore si confrontava poi la sera al bar e riusciva a farsi un’idea più precisa di quello che aveva sentito nel pomeriggio.

E finalmente la domenica, nell’unico bar del paese dove c’era una televisione, poteva dare forma alla sua immaginazione, nonostante il biancoenero sbiadito di quell’enorme e gracchiante apparecchio televisivo. E così Nicola, con la sua Bianchi di seconda mano, dal nastro sdrucito e consunto per via dell’uso dei suoi precedenti proprietari, divenne il primo corridore della VSCS, il cui onomatopeico acronimo richiamava la velocità a cui ambiva la VIRTUS SQUADRA CORSE SALENTO.

Salvatore iniziò a seguire Nicola nei suoi allenamenti personali, a incoraggiarlo, a spronarlo a volte anche duramente.
Percorrevano insieme centinaia di chilometri: Nicola sulla sua bici e Salvatore sul suo Guzzi Super Alce. E così il ragazzo iniziò a dare i primi risultati: nelle prime gare a cui Salvatore lo iscrisse si piazzò dignitosamente e i suoi risultati migliorarono sempre più: anche i 145 chilometri del suo giro preferito venivano percorsi in un tempo sempre più veloce.

Fino a quel giorno maledetto. Nicola stava percorrendo l’ultimo tratto del suo giro e aveva già mangiato l’ultima delle focaccine di ceci e rosmarino che si portava sempre con sé, nella tasca dorsale della sua maglia. Alle porte di Maglie si mise in scia ad un camioncino di un muratore. Ad un sobbalzo, un piccone mal riposto cadde su un sacco di calce viva e la punta acuminata lo squarciò. La nuvola bianca e spessa che ne fuoriuscì investì in pieno il viso di Nicola, che immediatamente senti un gran bruciore.

Riuscì a fermarsi sul bordo della strada e, presa senza pensarci la borraccia, cercò di sciacquarsi gli occhi.
La reazione chimica innescata dal contatto della calce con l’acqua fu terrificante: in un attimo il bruciore divenne insopportabile, fino a fargli perdere i sensi. Quando fu trasportato in ospedale i medici dissero subito che la situazione era disperata. Perse il 90% della vista: ormai vedeva solo delle vaghe ombre in uno sbiadito biancoenero, privo di colori. E perse anche il suo posto di lavoro.

Fu solo grazie ad una misera pensione di invalidità e all’intervento di Salvatore che riuscì a potersi garantire un’esistenza decente: il suo ormai ex allenatore convinse la società che avevano bisogno di un massaggiatore e così gli ultimi soldi rimasti dalla vendita del cartellino dell’atleta prodigio servirono a creare un fondo per pagare Nicola.

Nel corso degli anni un gran numero di calciatori, pallavoliste, cestisti e, soprattutto, ciclisti, poterono usufruire delle mani magiche di Nicola, che col passare del tempo divenne sempre più abile a sciogliere muscoli, allentare contratture, guarire distorsioni.

E così si iniziò a parlare del Cavanna del Salento.

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