Bikemeron #3 | Il segreto

9 Marzo 2020

Bikemeron è una raccolta di racconti di storie belle e all’insegna dell’ottimismo che stiamo raccogliendo per offrire un po’ di sollievo ai fruitori di internet che in questi giorni sono assediati dalla paura del contagio da un nuovo virus. Pubblicheremo un racconto al giorno per tutta la durata dell’emergenza. Se vuoi contribuire alla raccolta, invia il tuo racconto su come la bicicletta ti ha salvato o cambiato la vita a info@bikeitalia.it


Il segreto

di Domenico Graziano

Il sole, dapprima timido, poi sempre più spavaldo, faceva capolino tra i vicoli, creando, con la complicità della pioggia appena caduta copiosamente, effimeri caleidoscopi iridescenti tra i sanpietrini. I nuvoloni in avvicinamento non promettevano però niente di buono. Trovai quantomeno curioso che la situazione metereologica rispecchiasse abbastanza fedelmente il mio umore: ancora non avevo capito come mi sentissi, se ultimo retaggio dell’estate appena trascorsa o burrascoso inizio d’autunno.

Il pavé, che improvvisamente, si trasformava in un vero e proprio muro mi ricordava, allo stesso modo, il metaforico Giro delle Fiandre che avevo consapevolmente iniziato a correre o che, con tutta probabilità, stavo correndo già da anni. La pendenza era tale da trasformare i caleidoscopi in piccoli ma tumultuosi rigagnoli. Evitarli, per non inzuppare le mie scarpe estive, costituiva un ottimo pretesto per non pensare ad altro.

Quasi senza rendermene conto mi trovai nella mia officina di fiducia, fu, in realtà, il saluto del proprietario a scuotermi dai miei pensieri e a riportarmi bruscamente alla realtà. Lui era uno dei guaglioni del vecchio padrone che, dopo anni e anni di gavetta, aveva finalmente fatto carriera e rilevato l’attività. Il cambio di status non aveva coinciso però con un mutamento del suo approccio alla clientela. Di fatto si poneva sempre sullo stesso piano dei ciclisti, essendo realmente uno di loro, non si sentiva un guru dei pedali come spesso accade a chi fa lo stesso mestiere.

“Pasca’, fa’ o’ cafè” disse, rivolgendosi al suo collaboratore. Pasquale, di pochi anni più giovane e maestro nel centrare ruote di ogni tipo, abbandonò di malavoglia la sua postazione per dedicarsi a ciò che, forse, sapeva fare ancora meglio. Enzo, il titolare, senza distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo, la revisione di un mozzo a quanto pareva, mi disse: “Ti sei deciso allora?”. Colto alla sprovvista risposi: “A far cosa?”.

Con un sorriso da vecchio corsaro qual era mi spiegò che avrei potuto scegliere io la domanda, non avrebbe fatto differenza. “Se sei qui vuol dire che ti è finalmente venuta voglia di mettere in sesto quel vecchio cancello, e se hai preso questa decisione è perché adesso hai più tempo libero, o mi sbaglio?”, esclamò con la solita sicurezza di chi intuiva lo stato delle cose, persone o biciclette che fossero, al primo sguardo.

Pasquale mi porse la tazzina fumante ponendo fine sul nascere a quella conversazione potenzialmente imbarazzante. “Pasqua’, secondo me ha sbagliato mestiere”, esclamai sorseggiando la bevanda come fosse un brandy d’annata. “Sentirai tante storie sul caffè: – sentenziò – la miscela, l’acqua, ecc. La verità è una sola: il segreto sta nell’attenzione che metti nel prepararlo. Se ti concentri su quello che stai facendo ti riesce qualsiasi cosa”.

“Tutto qua il segreto? Nessun trucco?”, lo stuzzicai. “Beh, quello e la pulizia, la macchinetta deve essere perfettamente pulita”. Sentendosi trascurato Enzo intervenne: “Tieni ragione Pasca’, quello è il vero segreto per tutte le cose. Lo vedi questo mozzo guaglio’? Guarda che grasso schifoso che ci sta! Il grasso serve per lubrificare, è essenziale, però, quando non è più buono va cambiato. Si deve pulire tutto per bene e mettere del grasso nuovo, grasso di qualità. Non risparmiare mai sul grasso”. Pur avendo intuito tutto gli chiesi: “Cosa sta cercando di dirmi?”.

“Che le femmine fanno bene, aiutano a rendere questa vita ingrata più ‘scorrevole’, però non sempre è una scelta giusta accanirsi con la stessa storia tutta la vita. Qualche volta per tornare a funzionare bene bisogna fare pulizia e iniziare da capo, magari con un grasso nuovo. Ah, e vedi che succede se stringo troppo i coni? Tie’! Guarda!”, esclamò porgendomi la ruota. “Vedi se gira bene! Bisogna trovare l’equilibrio: né troppo lento che poi ha gioco e funziona male, né troppo stretto che si blocca tutto. Bisogna lasciare il giusto spazio a chi ci sta vicino e trovare tempo ed energie anche per gli altri aspetti della vita che sono tutti ugualmente fondamentali. Regolare i ‘mozzi’ è un’arte, prima o poi ci riuscirai, ci troverai quasi gusto”.

“Non è che anche lei ha sbagliato professione?”, mi lasciai sfuggire sorridendo per la prima volta quel giorno. Pasquale, che nel frattempo mi aveva già preparato tutti i pezzi di ricambio di cui avevo bisogno, come al solito senza che fosse necessario dargli troppe indicazioni, aggiunse: “La verità è che noi ciclisti siamo fin troppo abituati a soffrire. Ci imbarchiamo in imprese che molti riterrebbero folle persino immaginare. Ci intestardiamo anche solo per terminare una gara o un giro. Ma ci sono situazioni in cui la cosa più saggia da fare è ritirarsi perché se si soffre troppo e non ci si diverte si perde completamente il senso di quello che si sta facendo”. Mi limitai ad annuire senza troppa convinzione. Diedi un ultimo rapido sguardo a quella selva di cerchi, raggi, gomme, forcelle ed altri componenti che si dispiegavano a perdita occhio in un’insospettabile armonia. La stessa armonia che vanamente inseguivo da tempo, neanche fossi Merckx! “M’arraccuman’, fatte vede’ cchiù spesso!”, intimarono in coro i miei ciclomeccanici filosofi.

Lasciai la bottega con il barometro emotivo che iniziava a puntare sul soleggiato, a dispetto di un cielo che stava per concretizzare le sue promesse di tempesta.

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