Bikemeron #9 | Viva gli sposi!

15 Marzo 2020

Bikemeron è una raccolta di racconti di storie belle e all’insegna dell’ottimismo che stiamo raccogliendo per offrire un po’ di sollievo ai fruitori di internet che in questi giorni sono assediati dalla paura del contagio da un nuovo virus. Pubblicheremo un racconto al giorno per tutta la durata dell’emergenza. Se vuoi contribuire alla raccolta, invia il tuo racconto su come la bicicletta ti ha salvato o cambiato la vita a info@bikeitalia.it

Viva gli sposi!

di Paolo Fornetti

“L’amore è tutto carte da decifrare, e lunghe notti, e giorni, per imparare…”.
La radio mi accompagna con una vecchia canzone, mentre guido tornando a casa, verso Torino. Il caldo in estate sembra non finire mai, il sole non vuole lasciare il cielo, la luce radente segna le campagne vicino al Po.

Il fiume ha da poco lasciato Torino, e ondeggia alla base delle colline. Poche decine di chilometri e raggiungerà Casale Monferrato, città di riso e di morti per amianto, dove girerà a sud correndo insieme alle acque del Sesia.
“Io se avessi la penna ti scriverei, se avessi più fantasia ti disegnerei…”. Canticchio, guidando, ma ho caldo, ho sete, ho voglia di chiacchierare con qualcuno, ho voglia di fermarmi.

Fuori dal bar due biciclette rosse sono parcheggiate. Appoggiate l’una all’altra, in equilibrio, come due anziani che si sorreggono a vicenda quando camminano. Biciclette cariche, con borsoni pieni del minimo che occorre a chi porta nelle gambe il peso degli oggetti. Un piccolo fiore su uno dei manubri, unico vezzo femminile, sembra non curarsi dell’aria rovente che lo assedia.

Il bar è vuoto, solo i due ciclisti sono seduti a un tavolino. Resto un attimo a guardarli, mentre aspetto un caffè e un bicchiere di acqua gassata, fresca. Lei parla a bassa voce, sorridendo, i capelli neri lunghi incorniciano il suo bel volto. Lui ascolta, rapito dagli occhi marroni di lei, e il suo sorriso ingentilisce i tratti decisi del viso. I loro sguardi si perdono nei loro sguardi, come se il mondo attorno non esistesse.

Improvvisamente, voltano il viso verso di me, mi guardano. Li guardo, sorrido. “Belle biciclette”, dico, per “tachè boton”, “attaccare bottone”, come dicono i piemontesi. “Le ho costruite io”, dice lui, orgoglioso. Ecco, il bottone è attaccato. “Da dove venite?”. “Siamo appena partiti, arriviamo da
Torino”
, dice lei. “Fin dove arrivate?”, chiedo, e penso Casale? Alessandria? Forse Pavia? “Provincia di Taranto”, dice lui. Resto in silenzio. “Andiamo a sposarci”, dice lei, con un sorriso di quelli che hanno i bambini quando sanno di dover tenere un segreto ma muoiono dalla voglia di raccontarlo a
qualcuno.

Senza chiedere, mi siedo con loro. “A sposarvi?”, domando incredulo, mentre con il bicchiere in mano mi avvicino. Non sono sicuro di aver capito bene, in effetti. Da qui a Taranto saranno 1.500 chilometri, in bicicletta non è una passeggiata. La curiosità inizia a divorarmi. Lui mi guarda, forse avrebbe preferito restare da solo con lei, ma quasi ride a vedere la mia faccia sbigottita. Lei mi guarda, muore dalla voglia di parlare. Lui la guarda, capisce, e silenziosamente acconsente. Lei inizia a raccontare.

Appassionati di bicicletta, macinatori di chilometri, hanno viaggiato dalla Bolivia alla Terra del Fuoco solo pochi mesi fa. Si sono già sposati spiritualmente sulla distesa salata di Salar de Uyuni, mi dice, loro due soli, promettendosi amore eterno e scambiandosi gli anelli davanti a un unico testimone, un cicloturista americano passato di lì per caso. Ma adesso è ora di farlo anche davanti alla legge, mi dice, e per questo vanno al paese di lei, vicino a Taranto, quello che una volta era casa sua.

Un viaggio attraverso l’Italia, partendo da casa e arrivando a casa. Un matrimonio senza fronzoli, essenziale, solo loro due e i genitori, perché la famiglia non ha bisogno di fronzoli inutili, quando nasce.

La ascolto volentieri, e il pensiero corre in un attimo a mio zio Giovanni, “Gioanin”. In piemontese lo zio si chiama “barba”, e la zia “magna”. Barba Gioanin e magna Teresa si erano sposati in piena guerra, durante una licenza. Anche il loro matrimonio non aveva avuto fronzoli: non si poteva, c’era la guerra. Si amavano, potevano vivere lunghi anni o morire il giorno dopo, l’unica soluzione era sposarsi, senza pensarci oltre, ricetta di amore eterno contro l’incertezza di ogni giorno.

Vivevano sull’orlo di un precipizio, Teresa e Gioanin, e forse anche i due ciclisti nel bar vivono sull’orlo di un burrone, con il domani che a volte appare più incerto che mai.

Anche barba Gioanin amava la bicicletta, più per obbligo che per convinzione. Una vecchia e pesante bici di acciaio nero, la “Balloncina” la chiamava, anche se ho sempre avuto il dubbio che non fosse l’originale della Amerio di Felizzano, ma una copia di quelle che anche i poveri potevano permettersi.

Dopo il matrimonio fecero un viaggio di nozze: barba Gioanin fece sedere magna Teresa sulla canna della Balloncina, e in un pomeriggio di primavera attraversarono Torino fino al Parco del Valentino, per poi tornare a casa alla sera, ognuno a casa sua, perché la licenza stava per finire e loro una casa ancora non l’avevano. Poi la guerra finì, Gioanin tornò a casa e vissero insieme lunghi anni.

La Balloncina pedalò ancora tanto, sempre fedele. Credo sia ancora in qualche angolo del garage di mio papà, dovrei andare a cercarla, prima o poi.

Lei continua a parlare, fiume in piena. Anche lui racconta, fanno a gara a rubarsi la parola. Lei racconta dei viaggi in bicicletta in Europa, del suo sogno di andare in Estremo Oriente. Anche lui racconta, parla delle biciclette che ha costruito, del tandem che vorrebbe comprare, dei viaggi fatti da solo, prima di incontrare lei. Non lo dice, ma gli occhi raccontano di come lei abbia riempito la sua vita.

Starei ore seduto ad ascoltarli, ma loro si alzano. Si sta facendo tardi, mi dicono, vogliono ancora viaggiare un’oretta prima di fermarsi per la notte. Li saluto, con addosso una strana malinconia. Ci salutiamo, sulla porta lui mi ringrazia ancora, uscendo paga anche per me. Li guardo andare via, mentre il gusto deciso del caffè riempie ancora la mia bocca.

Mi prende un filo sottile di malinconia. Penso per un attimo a Francesca, rimasta paraplegica dopo un brutto incidente con la bici, che ora spinge con le mani la sua hand-bike, sorridendo nonostante tutto.

Penso a Kevin, fuggito dalla Nigeria, arrivato in Italia su un barcone, che raccontava di come avrebbe valicato il Moncenisio sulla sua vecchia bicicletta, una di quelle notti, per tentare la fortuna in Francia.

Mi alzo, scaccio i pensieri brutti, esco in fretta, in tempo per vedere i due ciclisti allontanarsi. Scorgo un piccolo velo da sposa sul casco di lei, mentre il sole disegna le loro ombre sulla strada, lunghe. E capisco che quella che provavo poco fa non era malinconia, era invidia, una sottile invidia per il loro lungo viaggio. Che la strada sia dolce per voi, ciclisti innamorati. Gocce di splendore, vi avrebbe chiamati De André, capaci di illuminare il mondo.

Che il vento soffi alle vostre spalle, e che le vostre ruote stiano lontane dalle asperità, della strada e della vita. Risalgo in auto, il sole mi abbaglia. Riaccendo la radio, il CD è ancora sulla vecchia canzone: “Se l’amore è tutto segni da indovinare, perdona se non ho avuto il tempo di imparare”.

Riparto, è tardi anche per me.

La storia di Paola e Silvano, partiti da Torino e arrivati a Taranto in bicicletta per sposarsi, è vera.

E il tandem lo hanno comprato, finalmente.

Anche la storia di Gioanin e Teresa è vera, tranne poche parti inventate.

Francesca quando è sulla hand-bike è quasi felice.

Di Kevin non ho più notizie.

La “Balloncina” è in garage, che aspetta.

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