Bikemeron #13 | La medaglia promessa

19 Marzo 2020

Bikemeron è una raccolta di racconti di storie belle e all’insegna dell’ottimismo che stiamo raccogliendo per offrire un po’ di sollievo ai fruitori di internet che in questi giorni sono assediati dalla paura del contagio da un nuovo virus. Pubblicheremo un racconto al giorno per tutta la durata dell’emergenza. Se vuoi contribuire alla raccolta, invia il tuo racconto su come la bicicletta ti ha salvato o cambiato la vita a info@bikeitalia.it

La medaglia promessa

di Ivan Folli

Avevo trovato il mio equilibrio, proprio in sella a quella bicicletta che fin da bambino aveva occupato le mie giornate sognando, un giorno, di sfrecciare in maglia rosa sulla cima Coppi o tagliare il traguardo vestito di giallo sui Campi Elisi.

Crescendo, i sogni infantili di emulare le gesta dei miei miti del pedale, avevano perso consistenza, ma lei, la bicicletta, mi era sempre rimasta accanto, anche nei momenti più difficili, regalandomi nuovi sogni e nuove utopie da inseguire a colpi di pedivelle.

Mi ero lasciato alle spalle un periodo difficile, che mi aveva portato a ricercare me stesso tra le vette alpine e lì mi ero riconciliato con la mia anima.

Ero solo, ero felice, ero sereno, con il mio io stavo finalmente bene. Lo ammetto: ogni tanto la sera, quando chiudevo la porta di casa alle mie spalle, il silenzio faceva troppo rumore, ma la mattina dopo, alle prime luci, ero di nuovo in sella, oltre ogni incubo e oltre ogni notte più nera.

Il 25 aprile 2018, festa della Liberazione, non era un giorno diverso dagli altri: da solo come sempre, calcavo le strade della Rando Selvaggia: una randonnée da 200Km alla quale mi ero iscritto solo perché mi affascinava l’idea di partire e arrivare nel velodromo di Busto Garolfo, un piccolo comune in bilico tra la provincia di Milano e Varese. Nella mia mente, sognavo l’arrivo col giro di pista, come nella Parigi – Roubaix.

Avevo percorso circa 70 chilometri, quando mi trovai su un’odiosa salita: una di quelle che non capisci se sono vere salite o dei falsipiani mascherati da ascesa. Continuavo a cambiare rapporto senza trovare quello giusto, quando un gruppetto di poche persone mi raggiunse. Parole scarne, giusto le necessarie “Dai, vieni con noi”. Così feci.

Tra loro, notai subito lei: una fanciulla schiva, dall’età indefinita, nascosta dietro a un paio di occhiali scuri che, non so perché, mi davano la sensazione di celare non solo lo sguardo, ma mettere al riparo tutta sé stessa. Quasi fossero il bozzolo dentro al quale si nascondeva una splendida farfalla che aveva paura di volare.

Ma cosa ne sapevo e cosa potevo sperare? Io: randagio solitario del pedale coi pantaloni bucati, il cappellino di mio nonno e le scarpe da tennis rotte. Si perché, dopo un brutto incidente che avevo avuto l’anno prima, non avevo più avuto il coraggio di usare gli scarpini con gli sganci.

Arrivammo al traguardo, concedendoci il giro d’onore nel velodromo. Lei e il suo gruppo mi aspettavano al ristoro finale, ma io, seduto nel bagagliaio dell’auto mentre mi cambiavo, non sapevo che fare: volevo andarmene e tenere il ricordo di lei e di quella giornata così com’era. Perché chiedere di più?

Con mille dubbi caricati sulle spalle, andai al ristoro e, ogni volta che trovavo il coraggio di guardarla, sentivo il cuore battere più forte, come se fossi ancora in sella, in salita. Ci salutammo con un “ciao” che sapeva di “addio”.

Passarono dapprima i giorni, poi le settimane. C’eravamo ritrovati sui social, rivisti una volta per una pedalata di gruppo, ma niente di più. Eppure non riuscivo a dimenticarla.

Era un caldo giorno d’estate quando la rividi. Mi regalò una medaglia allora, quella che aveva guadagnato versando sudore e fatica sull’asfalto per 300 chilometri. Ne rimasi stupito e incredulo, io che una medaglia non l’avevo mai ricevuta neanche per sbaglio, mi vidi onorato di un dono così prezioso.

La mia mente corse veloce e le promisi che, anche se non ci saremmo più rivisti dopo quel giorno, avrei provato a qualificarmi per la Parigi – Brest – Parigi che si sarebbe tenuta l’anno successivo e che, se avessi percorso nei tempi prestabiliti quei 1.250 chilometri di colline tra la capitale transalpina e l’oceano, la medaglia sarebbe stata sua. L’avrei ritrovata e gliel’avrei fatta avere in qualche modo.

Solo dopo realizzai che la vita mi stava passando davanti in quel momento e che io, invece, le stavo chiedendo di attendere un anno intero. Presi il coraggio a quattro mani e mi iscrissi a Alpi4000: un percorso no-stop di 1.500 chilometri tra le vette delle grandi montagne, quelle stesse cime dove mi ero riconciliato con me stesso solo pochi anni prima.

Sembrava un segno del destino. Avrei così ricevuto una medaglia altrettanto preziosa e intrisa di fatica e… Sarebbe stata sua, con un anno di anticipo.

Con una fatica indescrivibile, portai a termine quella follia tra le vette alpine nei tempi prestabiliti, ma l’amara sorpresa fu che all’arrivo non c’era in premio alcuna medaglia.

Dovetti rassegnarmi e attendere davvero un anno, qualificarmi per partecipare alla Parigi – Brest – Parigi nei primi mesi del 2019 e portare a termine una seconda follia da 1.250 chilometri nello scorso mese di agosto, ma alla fine la medaglia me la misero al collo.

La portai orgogliosamente a casa, quella dove nel frattempo, io e quella fanciulla, eravamo andati a vivere insieme.

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