Perché ogni città deve dotarsi di una Rete Mobilità di Emergenza

9 Aprile 2020

Allo scadere del primo mese di distanziamento sociale finalmente si inizia parlare di come sarà la fase 2, quella in cui potremo ricominciare a uscire di casa.

Una frase circola sui social con una certa insistenza “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema” e in questo periodo stra-ordinario chi si occupa di analisi ambientali, sociologiche e chi più ne ha più ne metta sta trovando un laboratorio irripetibile per verificare correlazioni necessarie di causa-effetto tra fenomeni su cui la comunità scientifica ha molto spesso dibattuto.

Si è scoperto, ad esempio, che il Covid-19 colpisce più duramente dove l’aria è più inquinata, ma anche che da quando si è azzerata la mobilità delle persone (leggasi dei veicoli a motore) è migliorata la qualità dell’aria nelle città, che il telelavoro è una soluzione percorribile per molte aziende, etc. etc.

In questo momento di paralisi si possono avere due approcci di fondo: stare alla finestra e guardare cosa succede facendosi travolgere dagli avvenimenti, oppure iniziare a progettare il dopo-Covid, sia a livello individuale che collettivo.

E in questa fase chi ha più responsabilità (chi ha una famiglia, chi ha un’azienda, chi è al vertice di un’amministrazione pubblica) non può permettersi di avere un atteggiamento passivo, perché qui non si tratta più di amministrare l’ordinario, ma di ripensare e riprogettare quello che sarà l’ordinario di domani.

Il Coronavirus ci ha insegnato che il benessere economico è solo una parte del benessere complessivo che è composto anche e soprattutto dallo stato di salute della popolazione. Gli amministratori nella fase 2 non potranno ignorare questo insegnamento perché nella ripartenza non potranno più nascondersi dietro la frase “la città non è un interruttore” per lasciare che le cose continuino sempre nella stessa direzione: gli interruttori oggi sono stati tutti abbassati e sta proprio a chi amministra adesso decidere quali interruttori alzare e quali lasciare abbassati.

Alcuni interruttori saranno destinati a restare abbassati per molto tempo e uno di questi è quello del trasporto pubblico che, fin a quando non sarà dichiarata terminata l’epidemia, continuerà a operare a scartamento ridotto lasciando a piedi molte persone (questa è la direzione intrapresa da Milano e da Roma) e riempiendo di altre automobili le strade della città.

Leggi anche: Altri 750 mila veicoli a motore pronti a invadere Milano

Gli amministratori delle città adesso dovranno chiedersi come garantire la mobilità di queste persone senza avvelenare le altre e, come proponiamo dall’inizio del lockdown, l’unica soluzione possibile è costruire delle Reti Ciclabili di Emergenza che ospitino i profughi del trasporto pubblico (e magari tutti coloro che durante la cattività avrebbero venduto l’anima al diavolo per potersi sgranchire le gambe) per non lasciare nessuno a piedi.

Per le grandi città sarà il modo per rispondere in modo efficiente a un’oggettiva domanda di mobilità, per le città di piccole e medie dimensioni (in cui il trasporto pubblico è più marginale) sarà l’occasione irripetibile di avviare in modo inarrestabile la propria transizione verso un futuro fatto di sostenibilità.

Per questo abbiamo realizzato (con il supporto di validi e stimati professionisti del settore) un manuale per la realizzazione di Reti di Mobilità di Emergenza che, come sempre, è reso scaricabile gratuitamente.

Ci stiamo impegnando a fondo in questa direzione perché dopo la crisi sanitaria ci sarà da affrontare la crisi economica che colpirà soprattutto le famiglie e quando si fa fatica per arrivare alla fine del mese non c’è niente di peggio che sperperare denaro per finanziare multinazionali che poi scelgono di pagare le proprie tasse in altri paesi.

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