Vivere a lungo o vivere sani: a noi la scelta

2 Dicembre 2020

Vivere a lungo o vivere sani?

L’aspettativa di vita, In Italia, nel 1886 era di 36 anni. Nel 1980 era di 70 anni. Nel 2020 è di 85 anni. Un grande passo avanti: la mortalità infantile è praticamente azzerata e possiamo vivere più a lungo. Il problema è che questo dato non racconta un aspetto importante: in che condizioni arriviamo a quell’età.

Mortalità e morbilità: due facce della stessa medaglia

Vivere a lungo o meglio

In un sondaggio è emerso che il 65% dei malati cronici assume i medicinali prescritti nonostante non sia certo se siano realmente efficaci, solo perché è la prassi. (Fonte: “Associazione Italiana Ipertensione Arteriosa”).
Allo stesso modo, alla domanda “perché non cambia le abitudini che l’hanno condotta alla malattia?”, moltissimi hanno risposto “perché è normale a una certa età ammalarsi di qualcosa”.
Abbiamo accettato lo status quo, abbiamo accettato il fatto che ci si debba ammalare di diabete, che dopo la menopausa sia normale soffrire di osteoporosi, che da anziani rompersi il femore cadendo faccia parte del comune processo di invecchiamento.

Gli studi mostrano un trend ben chiaro: la forbice tra mortalità e morbilità si sta allargando. La mortalità indica il rapporto tra una popolazione e il numero di morti all’interno di quel numero di soggetti. La morbilità indica l’incidenza di una patologia all’interno di una popolazione. In termini più terra a terra: la mortalità indica quante persone muoiono in un anno all’interno di una popolazione (per esempio gli uomini in Italia) mentre la morbilità indica quanti di questi soggetti si ammalano. E oggi stiamo assistendo a una riduzione della mortalità ma a un incremento della morbilità. Ritornando alle parole povere: moriamo più tardi ma viviamo più a lungo da malati (fonte: “Sedentary Behavior and Cardiovascular Morbidity and Mortality: A Science Advisory From the American Heart Association”)

Fisicamente attivi e sedentari: chi vive meglio?

Vivere a lungo
Io, mio figlio Fabio e mio papà Renato. Oggi 35, 4 e 74 anni. Tre generazioni in una foto.

“Uno zio di mio cugino è vissuto fino a 95 anni e fumava due pacchetti di sigarette al giorno”. Quanti di noi hanno sentito frasi come questa, dette per dimostrare che non vi sia un nesso tra longevità e sedentarietà?

A parte il fatto che un solo soggetto non è statisticamente rilevante (il fatto che il nonno abbia vissuto fino a 96 anni bevendo solo cognac e un tizio sia morto a 52 anni mentre correva la sua 100esima maratona sono solo episodi all’interno di una popolazione molto più larga), il trend che emerge è molto ben delineato.

Prendiamo due fratelli: Renato e Giuseppe. Hanno solo 2 anni di differenza, oggi hanno rispettivamente 80 e 82 anni e vengono da una famiglia dove è alta l’incidenza del diabete di tipo 2. Renato è fisicamente attivo, cammina tutti i giorni. Giuseppe è sempre stato un sedentario e da quando è andato in pensione ha ridotto drasticamente il movimento quotidiano. Tecnicamente Renato e Giuseppe hanno la possibilità di vivere fino a 85 anni ma con una qualità della vita diversa. Giuseppe ha sviluppato il diabete a 60 anni mentre Renato lo ha sviluppato a 78 anni. Sono 18 anni di differenza, durante i quali Giuseppe ha dovuto prendere farmaci per il controllo della glicemia e sottoporsi a numerosi esami mentre Renato non ha dovuto farlo fino a tarda età. Sono 18 anni di farmaci in meno e con una qualità della vita molto più alta.

Questo esempio (tratto dalla mia realtà familiare) è esemplificativo di una situazione che è ormai evidenza: chi rimane fisicamente attivo sviluppa malattie negli ultimi anni di vita, con una forbice tra morbilità e mortalità molto piccola. Chi è sedentario sviluppa le stesse malattie molto prima e, pur vivendo lo stesso numero di anni, ha una forbice tra mortalità e morbilità molto grande.

Chi è sedentario vive gli stessi anni (anche se non è proprio così) di chi è fisicamente attivo ma lo fa in una condizione, per così dire, da “morto vivente”: rimane in vita grazie alle terapie farmacologiche.

È questo ciò che vogliamo?

Vivere sani

Vogliamo vivere così oppure vogliamo arrivare alla vecchiaia ancora sani?

Possiamo combattere e trasformare lo status quo. Perché non è assolutamente naturale per il nostro corpo degenerare con l’età, poiché gli istinti più forti in noi sono appunto la sopravvivenza e la riproduzione.
Per farlo dobbiamo imparare a usare in modo diverso il nostro corpo. Imparare che la fatica non è il male assoluto e la stanchezza è un bene. Che il corpo è fatto per il movimento e privare di questo “bene essenziale” non significa averne cura bensì desiderarne il decadimento.

Anche per chi è malato c’è la possibilità di cambiare.

Nel 2002 una casa farmaceutica ha commissionato uno studio (“Reduction in the incidence of type 2 diabetes with lifestyle intervention or metformin”) per dimostrare la grande efficacia di un farmaco dal nome Metformina, considerato il migliore al momento, contro il diabete.
3234 diabetici statunitensi sono stati reclutati e divisi in 3 categorie:

  • Un gruppo non doveva fare nulla di diverso da ciò che già faceva e prendeva un placebo
  • Un gruppo prendeva il farmaco senza modificare altri parametri
  • Un gruppo invece doveva modificare la propria dieta e fare più attività fisica.

Dopo un anno è emerso che il terzo gruppo mostrava miglioramenti doppi rispetto al secondo e con esiti più duraturi sul lungo periodo.

Il farmaco per la nostra salute esiste già e si chiama movimento. Basta farne il più possibile e non solo con fini sportivi o agonistici. Basta prendere la nostra bicicletta e usarla per coprire tutti gli spostamenti quotidiani da casa al lavoro, per farci la spesa, per andare a trovare gli amici, per muoverci ovunque.

E così non vivremo solo a lungo ma vivremo anche un’esistenza degna di essere vissuta.

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