Vita da Rider | Rider per necessità (e mancanza di alternative)

3 Febbraio 2021

Non tutti i rider parlano italiano. Non tutti i rider scelgono di fare i rider. Bastano pochi giorni per notare che dopo le sette di sera per le vie di Brescia ci siamo solo noi rider e i poliziotti. Luci bianche dei faretti e quelle blu delle sirene.

Bastano pochi giorni per capire che, nella mia città, la stragrande maggioranza dei rider sono maschi, di cui molti extracomunitari. E tantissimi pakistani.

Rider in attesa di ritirare cibo da consegnare in bici

È il primo lockdown, l’Italia intera è chiusa in casa mentre io aspetto di ritirare hamburger (da consegnare in bicicletta). Sono i miei primi giorni di lavoro, sfrutto le attese per carpire i segreti del mestiere ai rider più veterani.

Alcuni non parlano. Presto scoprirò che non conoscono l’italiano. Sono passate le nove quando il grosso del lavoro è smaltito: piazza Loggia diventa tacito punto di ritrovo di alcuni rider in attesa di ricevere nuovi ordini dall’algoritmo. Ci sono anch’io, occupiamo le sedie e i tavolini dei bar chiusi.

Sono quasi tutti ragazzi pakistani. L’italiano non lo parlano, l’inglese poco. E male, almeno per un’europea come me che lo parla poco e male. Il loro accento è così forte che a volte devo chiedere loro di ripetere.

Nonostante le difficoltà, l’aria è familiare, mi fermo volentieri. Ridiamo, sono ragazzi giovani e genuini. Non hanno segreti né fanno misteri quando comincio ad intervistarli. Anche perché il livello di comunicazione è tutto tranne che sofisticato, si va dritti al punto.

Rider consulta l'app per consegnare cibo in bici

Vivono in Italia da poco: chi meno, uno, due anni; chi più, cinque. Anche loro sono curiosi. Nadim si stupisce di vedere una ragazza trasportare cibo in bicicletta. Io capisco dove vuole arrivare, ma lo sfido chiedendo motivo di cotanta sorpresa. Pensa che quel lavoro sia troppo faticoso per una donna. Come intuivo. Però sembra sinceramente disposto all’ascolto, provo a spiegare. Forse nemmeno un mio coetaneo connazionale mi risparmierebbe l’imbarazzo di chiarire. Sono così persuasiva che Nadim si convince, posso fare la rider.

I ragazzi hanno tutti al massimo venticinque anni. Quando scoprono che io ho superato appena la terza decina e non ho ancora giurato amore eterno a nessuno, sgranano gli occhi. In Pakistan la deadline è ventisette. Io dribblo la domanda con abilità. Dal personale faccio alcune considerazioni più generali su matrimonio ed età. Di fatto, mi sento non obbligata e ancora in tempo.

Abdul non parla nemmeno l’inglese; deve essere simpatico perché quando parla in urdu tutti ridono. Io non capisco niente, ma gli altri si fanno spontanei interpreti. A volte non capisco nemmeno con le traduzioni. Le difficoltà però sorgeranno quando non ci saranno più nemmeno i sottotitoli.

È una sera tiepida, incontro Abdul in una viuzza appena fuori dal centro, siamo entrambi di servizio. Come molte altre volte indossa il kurta e le ciabatte, come faccia a pedalare non lo so. Ha bisogno di aiuto: sta scrivendosi con il rider support, la chat in tempo reale che le aziende di food delivery mettono a disposizione in caso di problemi, ma non riesce a farlo né in italiano né in inglese.

Mi chiede di poterlo fare io al posto suo. Il problema è che nemmeno io capisco cosa voglia comunicare. La scena ha dell’incredibile, eppure riesco a capirlo. Il fardello che portiamo sulle spalle è letteralmente lo stesso, la casistica dei problemi non può essere infinita. Di necessità, virtù.

Bastano pochi giorni per capire che alcuni rider fanno i rider perché non hanno altra scelta. La conoscenza della lingua non è condizione necessaria per consegnare cibo. Bastano i documenti.

I numeri però li conoscono tutti, anche Abdul. Gli servono per annunciare il numero di ordine al ristoratore e per fare la gara, quando ci incontriamo in piazza a fine serata, a chi ha guadagnato di più.

Commenti

Un commento a "Vita da Rider | Rider per necessità (e mancanza di alternative)"

  1. nicolas ha detto:

    Ultimamente su alcune importanti testate online sono usciti articoli imbarazzanti sulla questione rider. Dal gioielliere che preferisce portare il cibo a quello che lavorando 28h al giorno riuscirebbe a guadagnare 5000 euro al mese.
    Quindi complimenti per questo pezzo, che ha un punto di vista non piegato alle logiche delle piattaforme ma attento ai tanti lavoratori obbligati a ritmi, compensi e trattamento al limite del caporalato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi il meglio della settimana via mail.

Iscriviti