Vita da Rider | Lavorare in bicicletta in città auto-centriche

19 Febbraio 2021

Se dicessi Brescia, i più risponderebbero industria e Mille Miglia. In effetti la mia città è uno dei principali centri economico-produttivi del Paese e sede della celebre corsa d’auto d’epoca Brescia-Roma-Brescia. Qui è dove ho deciso di fare la rider in bicicletta. Si tratta di consegnare cibo in sella alle due ruote, tutt’al più dal centro alla periferia.

I tragitti più ambiti dai rider sono quelli che prevedono ristorante e cliente dentro il centro storico. Pedalare all’interno di quelle che furono le mura venete è un vero spasso: il traffico veicolare è tutto sommato limitato e lo spettacolo per gli occhi assicurato. Perché, checché se ne dica, al di là dell’immaginario comune che spesso ignora il valore artistico e culturale della Leonessa d’Italia, il suo centro storico lascia a bocca aperta. Anche i miei occhi che, nonostante lo sentano familiare, non sono mai stanchi dello spettacolo a cielo aperto.

Rider pedala nelle strade di Brescia
(credit foto @witnessandro)

Lavorare qui è un gioco da ragazzi: ritiro e consegno in pochi minuti e senza grandi difficoltà. La storia si complica quando le consegne mi portano fuori dal beato ring. Diventa impresa quando devo raggiungere la periferia più estrema, quella che non contempla la bicicletta come mezzo di trasporto. Sia chiaro: posso rifiutare qualsiasi consegna in qualsiasi momento per qualsiasi motivo, ma pedalare per me non è un problema e a volte ai confini del mondo è la curiosità a spingermi.

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Curiosità che poi maledico, come mercoledì 8 aprile 2020. È il mio nono giorno di lavoro come rider e la serata è andata malissimo: nel sistema di ritiri e consegne sono rimasta ingarbugliata nella zona sud della città, quella che sopporto peggio perché in sostanza non pedalabile.

La tragedia sulle ciclabili bresciane si completa all’ultimo servizio: devo portare un paio di pizze a Noce, villaggio a sud del centro storico, oltre la tangenziale e l’autostrada. Do una rapida occhiata alla cartina e mi faccio un’idea del percorso. Preferisco sempre studiarlo prima di partire per non farmi distrarre dallo schermo durante la guida, ma le pizze sono pronte e decido comunque di avviarmi.

Rotonda Brescia vita da rider città autocentriche
(credit foto @witnessandro)

Mi faccio aiutare da Google Maps, modalità pedoni. Che io non sia abile con i dispostivi elettronici è fatto provato, ma Google ha grandi margini di miglioramento. Se in auto tutto sarebbe facile e immediato, le indicazioni per pedoni (che sono costretta a seguire per l’allora impossibilità di selezionare la modalità bici) sono incomprensibili: la visualizzazione del percorso è al contrario rispetto alla direzione di marcia, la freccia pure, la traiettoria a puntini che continua a roteare a destra e a sinistra mi fa impazzire e le possibilità di durate simili che piglio involontariamente mi mandano in totale confusione. Mi perdo.

La ciclabile che percorro si schianta contro il guardrail della semicarreggiata in senso opposto di marcia: fine dei giochi. Sono costretta a pedalare su strade brutte, quelle fatte di più corsie e rotondoni, quelle su cui le auto corrono veloci, quelle che mi fanno paura. Il navigatore mi manda verso Campo Grande, lingua di maxistore che svettano tra la tangenziale sud e l’A4. Sto perdendo forza mentale, vorrei lanciare pizze e cartoni in quelle porzioni di mondo tristi e deformi, dove tutto è fastidiosamente grande e luminoso, concorrendo a insudiciarlo ancora di più.

La strada sembra non avere via di uscita, ma poi aguzzata la vista intravedo il passaggio pedonale sotto l’autostrada che percorro facendo slalom tra pali, monnezza e scarti d’erba da poco tagliata e caduta dai pendii laterali. Della tragedia mi sento l’eroina che risale dalle acque profonde al limite delle possibilità. Faccio un sospiro e prendo la boccata d’ossigeno che mi salva la vita. Sono alle porte di Noce se Dio vuole. Mai più.

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