Preferisco le salite alle discese.
Mi attraggono come una sfida, come un dialogo silenzioso con la mia malattia. Nelle salite non puoi mentire: devi esserci, intera.
Il corpo, il respiro, la mente – tutto deve stare insieme, nello stesso passo, nella stessa direzione.
Ogni metro conquistato è un piccolo trionfo, un sussurro alla vita: “Non mi hai tolto tutto”.
Era una splendida giornata di settembre.
L’aria profumava di bosco e di sole, e la montagna stava lì, immensa, a guardarmi. Per una serie di coincidenze mi sono trovata ai piedi dello Zoncolan, dalla parte di Ovaro – una salita che fa tremare anche i ciclisti più allenati.
Io, invece, ero lì con Federica, la mia bici, e una domanda che mi rimbombava dentro:
“Ce la farò?”
Poi ho smesso di chiedermelo e ho iniziato a salire.
Piano.
Con il cuore che batteva forte, il fiato corto e la paura che diventava compagna di viaggio.
Federica sembrava respirare con me, come se mi capisse.
Ogni curva era una conquista, ogni metro una piccola vittoria sul dubbio.
C’erano momenti in cui avrei voluto fermarmi, scendere, dire basta. Ma una voce, dentro, mi spingeva avanti.
Forse l’orgoglio, forse la voglia di dimostrarmi che, anche con il Parkinson, posso ancora essere io.
E quando finalmente ho toccato la cima, ho sentito il vento accarezzarmi il viso. Lì, in silenzio, ho detto a me stessa:
“Brava, ce l’hai fatta”.
Non avevo solo scalato una montagna.
Avevo scalato me stessa.
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Qualche settimana dopo, una domenica d’ottobre, decido di riprovarci. Stesso monte, ma un versante diverso – quello di Sutrio, più dolce, più umano. Parto entusiasta con la mia Wilier, fiduciosa, convinta che sarà un’altra giornata di vittoria.
Ma dopo pochi minuti capisco che qualcosa non va.
Le gambe non girano, il fiato manca, il cuore tamburella impazzito nel petto. Provo a insistere, ma niente.
Mi fermo.
E con me si ferma anche l’entusiasmo.
La delusione arriva subito, la rabbia pure.
Mi chiedo cosa non vada, poi ricordo: un brutto raffreddore mi ha prosciugato le forze.
Non è colpa mia. È solo un giorno no.
Resto lì, a bordo strada, con la montagna che mi osserva silenziosa. Sembra dirmi:
“Non importa. Ti aspetto”.
Respiro. Accetto.
Non tutte le salite portano in cima, ma tutte insegnano qualcosa. Mi rifarò, lo so.
Perché le montagne non scappano, restano lì – come le sfide che contano davvero.
Vivere con il Parkinson è come affrontare una salita diversa ogni giorno. Alcune volte arrivo in cima e mi sento invincibile, altre mi fermo al primo tornante. Ma ogni volta che riparto, anche solo per pochi metri, è una piccola vittoria.
La forza non è nel traguardo, ma nel coraggio di rimettere i piedi sui pedali dopo una caduta.
E anche quando il corpo si ribella, dentro di me c’è ancora quella voce che mi sussurra piano:
“Brava, ce l’hai fatta”.
Preferisco le salite alle discese.
Perché nelle salite ritrovo la mia forza, la mia verità, la mia vita che continua – un colpo di pedale alla volta, un respiro dopo l’altro.
[Emanuela Vuerich, 60 anni, convive con il Parkinson da sette. Ama la montagna, la bici e le sfide che la vita le mette davanti. Scrive per ricordare a se stessa – e a chi legge – che non c’è malattia capace di spegnere la voglia di vivere.]



















Ho letto la tua testimonianza con gli occhi che lacrimavano. È proprio vero… questa nostra passione ci solleva dalle situazioni dolorose che nostro malgrado ci capitano. Il tuo approccio con la malattia è un incoraggiamento a non mollare mai. Grazie di cuore per averlo condiviso. Un abbraccio.
GRAZIE, collega parkinsoniana ma io non ho la tua forza!
Grazie, m’incoraggi! Dalla diagnosi di Polimialgia Reumatica un’anno e mezzo fa circolo al 50% delle mie capacità di prima. Ma circolo. Invece di tappe da 130 km ne faccio 70, invece di 2000 m di dislivello resto sotto i 1000 e la mia amica mi aspetta sul colle. Ma salgo. Forza a ognuno che oltra il vento e alla montagna sfida il proprio corpo.
corro solo in salita con mieloma non fatico grande sempre come Te… Franco
brava , io come te convivo con il Parkinson da quando ne avevo 52 ora ne ho 64 e come te amo le montagne soprattutto le dolomiti perché sono le montagne della luce e come te amo sfidare questa malattia che a poco a poco ti toglie le forze , ma fosse solo quello…… ti toglie anche tanto altro…,.. ma noi non ci arrendermi Mai!!!
L’IMPORTANTE È PARTECIPARE DICEVA DE CUBERTIN, SE POI UNO CE LA FA E VINCE ANCHE CONTRO SE STESSO, UN TRAGUARDO IN PIÙ. !!!!!!!!!