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Surly: breve viaggio dentro un marchio

Rubriche e opinioni • di 11 Nov 2013

ANTEFATTO: Era il 2010, al termine di un viaggio in bicicletta attraverso l’Islanda il telaio della mia bici da viaggio aveva deciso di abbandonarmi. Era un telaio anonimo, in acciaio, il negozio di fiducia che me l’aveva venduto sosteneva che fosse prodotto dalla Velotraum, nota azienda tedesca famosa per la qualità dei telai da cicloturismo prodotti.

Crepa!

Crepa!

Finii quel viaggio con una fascetta d’acciaio posta a serrare la crepa che si era creata sul tubo piantone e, appena rientrato, mi misi a cercare un valido sostituto per quella sola che mi era stata rifilata. La ricerca fu breve perché in fondo sapevo già cosa volevo: avevo una discreta esperienza di viaggi in bicicletta e avevo scambiato abbastanza chiacchiere con altri cicloviaggiatori per avere chiaro in mente quale fosse la soluzione migliore: la Long Haul Trucker della Surly.

Roba forte: telaio in acciaio CrMo, tubi grossi e pesanti, saldature abbondanti, garanzia a vita sul telaio.

La mia inseparabile Long Haul Trucker

La mia inseparabile Long Haul Trucker

Confesso che prima di comprarla cercai di informarmi un po’ presso i telaisti italiani del nord Italia, ma ogni volta c’era qualcosa che mi lasciava perplesso: liste di attesa interminabili, prezzi insostenibili, nessuna idea su cosa fosse un telaio da cicloviaggio (una nota azienda si rifiutò addirittura di farmi avere un preventivo perché ci avrei montato sopra una guarnitura tripla). Alla fine trovai un’occasione su un sito tedesco, feci l’ordine e mi arrivò a casa un set telaio-forcella nero lucido che tramutai immediatamente nel mio compagno di viaggio.

Con quel telaio ci feci il giro del Sud America: 4 mesi on the road attraversando deserti a oltre 4.000 metri di altitudine, strade sterrate e mulattiere, borse cariche all’inverosimile e, più su, per gradire, i miei 100 kg da portare a spasso ogni santo giorno della settimana. Il telaio superò la prova brillantemente e mi feci una promessa: un giorno sarei andato a conoscere di persona coloro che hanno pensato di mettere in circolazione un telaio fatto per durare, pesante e indistruttibile, strafottendosene delle mode del momento, dell’obsolescenza programmata, delle lotte grammomaniache e dei milionari investimenti in pubblicità.

L’occasione mi è capitata quest’estate: a fine agosto a Friedrichshafen in Germania si è tenuta come di consueto la più grande fiera del mondo della bicicletta, Eurobike. Non persi l’occasione e andai subito a cercarmi lo stand dell’azienda di Minneapolis per vedere che faccia potessero avere coloro che hanno avuto il coraggio di uscirsene sul mercato con un prodotto di questo tipo:

girl

Il biglietto da visita dell’azienda era un certo Peter Redin: alto e decisamente in sovrappeso, con dei baffoni arricciati tenuti insieme dalla migliore cera per baffi sul mercato. Mi ha parlato della nuova gamma soffermandosi su particolari che per altri marchi impegnati a rincorrere il mercato sulle nuove tendenze sarebbero stati meno che irrilevanti e il tutto rinunciando a quel ritmo incalzante e nervoso da venditore che contraddistinguevano gli altri stand di bici in giro per la fiera.

Peter Redin

Peter Redin e i suoi fantastici baffi

In un angolo se ne stava seduto un altro tipo con aria placida e sorniona: barba lunga e corpo molle, braccia ipertatuate, orecchino al naso. Mi è bastato guardarlo per chiedermi “Cosa diavolo ci fa un tipo che sembrava un camionista della Route 66 alla più grande fiera di bicicletta del mondo?”. Semplice, chi avevo di fronte altri non era che Tyler Stilwill, il responsabile marketing dell’azienda di Minneapolis a cui mi stavo avvicinando.

Mentre mi presento (mi si perdoni se uso i tempi  verbali a mio piacimento) lui continua a sorseggiare birra e sorride con tutti i denti disponibili. Gli parlo della mia Long Haul Trucker e lui è felice come un bambino del mio feedback. Gli chiedo come sia possibile che io, Italiano (e con tendenze antiamericane), invece di comprare una bicicletta prodotta in loco, finisca per accaparrarmi un telaio di un’azienda yankee che non si fa pubblicità, ma di cui si chiacchiera su tutte le strade del mondo?

Tyler Stilwill, responsabile marketing di Surly

Tyler Stilwill, responsabile marketing di Surly

Tyler mi dice che probabilmente il motivo è che loro non vanno in giro proponendosi come quello che non sono: “Noi non ti diremo mai compra una delle nostre biciclette che poi diventerai così” dice indicando il poster nello stand accanto che ritrae un contador qualsiasi in maglia rosa e circondato da bellezze anoressiche sbaciucchianti. “Se tu compri una delle nostre bici non sarai più bello, né amato dalle donne; continuerai a essere esattamente quello che sei, però avrai una bicicletta che ti seguirà in qualunque cosa tu voglia fare ed è questa la cosa che conta. Tanto alla fine il mercato se ne è accorto che quelle sono tutte stronzate.”

“E la nostra breve storia ci dà ragione: Surly esiste da 13 anni e continua a crescere a un ritmo del 20% annuo. Oggi fabbrichiamo e commercializziamo in tutto il mondo circa 3.000 telai all’anno, abbiamo iniziato con dei modelli che secondo i guru del mercato non avrebbe comprato nessuno e invece la Long Haul Trucker, la Karate Monkey, la Big Dummy e la Moonlander hanno fatto e stanno facendo scuola. Il segreto? Facciamo le bici che ci piacerebbe avere”.

La cosa che più mi sconvolge di Surly è la loro totale repulsione per forme di marketing convenzionale: invece che magliette tecniche o poster di campioni al loro stand trovi fiaschette per il whiskey brandizzate e altri oggetti che sembrano non avere nulla a che fare con il mondo della bici.

Tyler non ha dubbi “Vedi, le altre aziende sono spesso talmente preoccupate di quello che i consumatori possano pensare di loro che temono di abbandonare il classico schema a piramide: quello in cui il direttore marketing decide una strategia che viene poi portata avanti pedissequamente da tutti quanti. Noi invece produciamo biciclette di acciaio, roba vera e concreta ed è per questo che utilizziamo una strategia di marketing diffusa: tutti coloro che lavorano in Surly hanno a disposizione un blog sul sito attraverso il quale raccontano del loro rapporto con i prodotti, quando li usano e come li usano. Questo rende il nostro marchio vero e trasparente, con cui ti puoi identificare.”

Surly team

Chi lavora in Surly ci mette la faccia (e che faccia!)

Saluto Tyler e Peter non prima di aver estorto loro una maglietta che decido di indossare immediatamente e che esibisco con un certo orgoglio.

Mentre mi allontano mi stupisco dei miei pensieri: alla fine è successo anche a me, mi sono innamorato di un marchio (americano, per giunta!). In Italia ci sono i migliori telaisti del mondo, una valanga di aziende che producono e commercializzano bici e io vado in giro vestito da testimonial di un marchio americano.

E allora la domanda è: perché i produttori italiani non riescono a creare lo stesso livello di coinvolgimento emotivo rispetto al loro marchio e si ritrovano a lottare come leoni per costruire un solo telaio in più? Credo che la risposta stia nel posizionamento: l’Italia è stracolma di marchi che si rivolgono alle fasce più alte del mercato, che ti propongono biciclette come status symbol al pari di un orologio Rolex, una penna Mont Blanc o un abito di Zegna. Poi ci sono quelli che invece fanno biciclette di merda, ne sono conspaevoli e felici: ti vendono una bicicletta qualsiasi, ma tanto costa poco e chissenefrega. In mezzo c’è tutto un mondo lasciato a se stesso: il mondo di chi vuole un prodotto normale ma efficiente, che parli una lingua comprensibile, un prodotto che ti consenta di affrontare il percorso casa lavoro in tranquillità o, all’occorrenza, di partecipare a qualche granfondo con gli amici o di farci il giro del mondo.

Forse è anche una questione di prezzi: in Italia se hai 200 € da spendere sai che comprerai quello che trovi, se hai 4000 € da spendere sicuramente sai già cosa vuoi, ma se il tuo budget è di “soli” 1.000 euro e non vuoi sentirti parlare come un potenziale vincitore del Tour, allora la  scelta diventa complicata: sul mercato non ci sono marchi pronti a mostrarti il proprio valore su quella fascia di prezzo, marchi che non ti facciano sentire come uno che ha scelto un prodotto di serie b solo perché non ti sei potuto permettere il top di gamma (di cui, tra l’altro, non avevi bisogno).

P.S.

Ho scritto quest post nella speranza che qualche italiano voglia uscire dal gruppo e andare in fuga sfruttando il buon esempio di Surly.





47 Risposte a Surly: breve viaggio dentro un marchio

  1. Angelo ha detto:

    Mi auguro che tu possa trovare l’imprenditore che voglia uscire dal gruppo….Intanto nel gruppo di imprenditori italiani manca totalmente fiducia nella crescita e nello sviluppo. Molti non sanno nemmeno cosa è un posizionamento di mercato….moltissimi hanno accettato di far finta di produrre passando da veri produttori a semplici importatori…così nel silenzio, senza dir nulla a nessuno e “prendendo in giro” i propri clienti. E questo perchè troppi pensano che fare impresa voglia dire trovare il margine tra il prezzo di vendita e il costo di produzione e se quello manca allora si compra in cina e si rimarchia. Per troppi imprenditori le parole marchio, brand, marketing sono parole sconosciute e infide che non promettono nulla di buono. Ad ogni modo ci sarà qualcuno che si stacca dal gruppo prima o poi!

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Mah, sai, a me non interessa trovare l’imprenditore che voglia uscire dal gruppo. Credo che l’interesse sia soprattutto loro: sono loro che devono portare a casa la pagnotta, pagare gli stipendi ai dipendenti e soprattutto rispondere alle lettere delle banche.

      Innovate or die diceva una bellissima campagna di specialized di qualche anno fa. Certo è che se nessuno vuole provare a differenziarsi, difficilmente si potrà pensare di migliorare la propria posizione sul mercato. Basta dare un occhio alle strade in questi mesi per accorgersi che l’Italia è cambiata e che il mercato della bici in Italia è cambiato.

  2. graziano ha detto:

    Io non voglio parlare di marchio, brand e marketing , dico solo che se pedali con una bici così, stai tranquillo, sono indistruttibili e comode. Io no ho assemblata una (sul tipo della Surly) con un telaio trovato e di non più prima scelta, con componenti sempre “di scarto” in un mondo come quello delle bici da corsa dove certi componenti sono ormai abbandonati per moda e per stare al passo di mercato e opinione pubblica specialistica. Ci giro sempre, ho fatto viaggi e ne farò altri in futuro! …….cosa voglio dire? che se vuoi fortemente una cosa non ci sono ostacoli, come non hanno vietato ai costruttori di bici come la Surly di crearsi un nome e una storia, per questo anche se non ho una bici così apprezzo chi lo fa e chi la costruisce!

  3. felino ha detto:

    questo argomento mi interessa tantissimo e da quando ho deciso la mia strada con la bici.
    “quando uno passa il brennero sembra che ci siano centinaia di squadre professioniste” così mi disse un cicloviaggiatore olandese incontrato a ferrara. che mi convinse , facendomi provare la sua, a vendere la mia cinelli racing rats. e ancora oggi la mia bici desta curiosità se giro, un leggero ed educato disgusto se entro in un negozio di bici..ma i responsabili sono quelli della mia generazione sessantottina: chi girava in bici era uno sfigato a meno che avesse una bici da corsa super. questo piccolo concetto lo abbiamo insinuato ai nostri figli e qualcuno comincia con i nipoti. fortunatamente le cose stanno cambiando e sempre più persone cominciano a pensare che andare in bici non significa essere prestazionali, ma intelligenti. la surly da anni è una ditta intelligente e fa cose fuori dal politicamente corretto

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      credo tu abbia ragione sulla generazione dei sessantottini, non ci avevo mai pensato.
      Sarebbe interessante leggere una tua considerazione più estesa in proposito… Sai, se lo facessi io sarebbe un atto di accusa contro la generazione e bla bla bla, se lo facessi tu sarebbe un nobile gesto di autocritica.
      ;)

  4. felino ha detto:

    dopodiche mi chiedo, guardando la foto della tua : ” ma quanto sei alto?”

  5. Rudy Reyngout ha detto:

    Bell’articolo, scritto con passione. E riguardo al resto, ho delle idee.

  6. Mauro Bertolotto ha detto:

    Ciao Paolo! Che piacere e che sorpresa. Mi chiamo Mauro e la mia azienda ‘Pedal Domain’ è il ‘braccio armato’ di Surly in Italia.
    Chi scrive di ciclismo è uno dei nostri problemi. Pochi o forse nessun giornalista professionista aveva colto il punto del marchio come hai fatto tu.
    Surly è davvero un marchio speciale… che un po’ come certi film fatti come si deve che si possono leggere su più livelli.
    A prima vita sembra un marchio con poco da dire, soprattutto se si seguono i canoni di valutazione che l’industria impone. Pesanti telai di acciaio. E allora? molti (chi non è pronto) guarda, non vede e passa oltre.
    In realtà chi sa qualcosa di più a livello ciclistico si rende conto che Surly è probabilmente e paradossalmente una delle aziende più innovative e propositive del mercato mondiale: semplicemente assomiglia un poco a Tyler che punta al sodo.
    Chi fa ricerche di mercato difficilmente innova: si cerca cosa il mercato desidera e poi si tende a soddisfare un bisogno che i consumatori (potenziali) evidenziano.
    C’è gente e aziende che invece vedono con i loro occhi e producono ciò che desiderano. Il segreto perché questo sistema funzioni è essere davvero, tanto, due cose: appassionati e visionari.
    Ed ecco che Surly rompe gli schemi… invece che seguire tendenze le crea. Invece che individuare segmenti li ignora costruendo biciclette che spesso non rientrano nelle classificazioni accettate dall’industria. Ricordi la scena in Wally (Pixar) in cui il robottino protagonista torna al suo container di lavoro e archiviando gli oggetti raccolti durante la giornata di lavoro si trova a dover decidere dove collocare un cucchiaio con i denti da forchetta (spork)?
    Ecco, quella è una Surly.
    Grazie per il bellissimo post che dice del marchio più di quanto in Italia sia mai stato detto e lo dice con grande capacità analitica… ovvero lasciando parlare quello che davvero conta delle biciclette: andarci sopra e sorridere con tutti i denti disponibili.
    Mauro
    PS: sai cosa dicono spesso in Surly quando si parla della efficienza sfacciata e spartana delle loro biciclette? ‘Noi non ci occupiamo di HI-FI: ci occupiamo di musica’

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Mauro,

      Piacere mio. Effettivamente ho sempre trovato paradossale l’ignoranza che circonda il mondo della bici: un oggetto tanto semplice e perfetto ridotto a fenomeno di consumo di massa.
      Trovo che la metafora della bicicletta e la musica credo che sia perfettamente calzante con lo spirito del marchio e che potrà essere adottato anche come motto da bikeitalia.it: anche noi badiamo alla sostanza più che alla forma. L’importante sono i contenuti e la qualità dell’informazione, i colori sgargianti li lasciamo ad altri…
      Un saluto.

      Pinz

  7. niccologo ha detto:

    Buongiorno,
    sto lavorando alla definizione di un progetto imprenditoriale nel campo della mobilità ciclabile. Mi piacerebbe (capire se ci sono le possibilità di) contribuire ad avviare una produzione di biciclette in Italia, con un buon rapporto qualità/prezzo, in linea con la filosofia Surly.
    Un po’ quello che fa gas29 ma meno di nicchia diciamo…
    Magari partendo proprio da Roma.

    Cogliendo l’auspicio finale del post chiedo ai lettori (e a Paolo Pinzuti) se conoscete persone che si stanno muovendo in tal senso – e nel caso – di metterci in contatto. Potete scrivere a niccologo@gmail.com

  8. La mia unica bici da strada, da sempre, è stata costruita nel 1989 su un telaio “tre tubi Columbus Aelle” del peso di oltre due chili e mezzo. Adesso ha 24 anni, non meno di 50.000 km sul groppone, parti sostituite più e più volte, ma continua a camminare. E’ difficile non affezionarsi a tanta testarda, ottusa determinazione. :-)

  9. Marco Ferrari ha detto:

    E poi “pesante telaio in acciaio” neanche è tanto indicativo. Su una bici accessoriata da turismo o città di 15 kg togliere magari 800 grammi per un telaio non in acciaio è il 5%…

  10. tommaso ha detto:

    pratico mountain bike per necessità.
    ho dovuto interrompere il podismo per un’ernia del disco e per usura delle cartilagini. così, per non restare sul divano ad ingrassare, ho comprato una mountain bike.
    mi si è aperto un mondo e, in qualche modo, sono stato miracolato: mi sono salvato da una vita depressa, priva di sport e movimento (l’idea di chiudermi in una palestra mi mette ansia).

    ho cominciato a girare più in bici e meno con la macchina, anche per le commissioni giornaliere. ho rimediato una usata da passeggio, con telaio in acciaio, che pazientemente ho restaurato, trasformandola in una single-speed con assetto da corsa! pedalarla è una goduria, e ogni volta che esco per commissioni rientro tutto sudato perché comincio a spingere sui pedali abbandonandomi al vento sulla faccia.
    a proposito di telai, uno degli argomenti più discussi nel mondo delle mountain bike e delle bici da corsa è il telaio in carbonio: dei costosissimi telai che sono uno spettacolo da vedere e da reggere. leggerissimi.
    talmente leggeri che una volta, a reggere il telaio di una bianchi methanol, ho avuto quasi un orgasmo. la mia merenda pesava di più!

    ma sempre più spesso leggo e vedo foto di telai in carbonio spaccati in due.
    tutto marketing, dicono.
    l’acciaio oramai è stato abbandonato a favore di leghe e materiali all’avanguardia per leggerezza e resistenza. io sono figlio della mia generazione. oggi abbiamo l’alluminio, l’acciaio dei vostri tempi, che viene considerato la serie B delle bici. “Hai una bici di alluminio? tsk. io ho il carbonio!”.

    non comprerò mai una bici in carbonio. non saprei cosa farmene. cosa me ne faccio di 1,5 kg in meno su una mtb, quando magari ho quegli 8/10 kg che non riesco a perdere perché sono un amante della buona cucina?
    cosa me ne faccio di un telaio che si può spaccare dopo un salto fatto male?
    le due ruote sono fatte per non avere limiti.
    io voglio solo pedalare. il carbonio lo lascio ai ciclisti da passerella.

  11. Massimo ha detto:

    Ciao a tutti, volevo solo dire che non ho mai acquistato telai stranieri e penso che probabilmente mai lo farò. A me piacciono molto le bici ed alcune le ho acquistate solo per poterle vedere, penso di non sbagliare dicendo che ci son dei telaisti in Italia che a distanza di anni, se insorge qualche problema o esigenza, come ad esempio trasformare la tua MTB da V-brake a Disco, ti accolgono a braccia aperte nella loro officina pronti a soddisfare le tue richieste.
    Certo che io non acquisto telai in carbonio e questo aiuta il servizio post vendita, dico sempre che un telaio deve esser saldato altrimenti non valica il basculante del garage di casa mia, ma penso che a volte basta rendersi dei “consumatori informati” per trovare dei prodotti di ottima qualità vicino casa e ad un prezzo onesto.
    Credo che non serva andare negli states per trovare delle persone che badano al sodo e non al marketing, sopratutto se siamo cercando una bici. Non fraintendiamoci, a me la Surly piace da morire come marchio, e mi piace per gli stessi motivi che Paolo ha elencato, ma non esiste solo De Rosa in Italia!!
    Porto l’ esempio della Rewel che produce telai in una piccola officina a BZ, se spedisci una mail, entro la sera o al più tardi alla mattina seguente una risposta ti arriva. I telai son belli e curati e come se non bastasse forniscono anche il listino delle possibili riparazioni/modifiche apportabili.
    Credo che si possano considerare dei telai nati per durare e li costruiscono a casa nostra. Con questo voglio dire che c’è si la Cinelli in Italia (tutta marketing e gadgets) ma anche una serie di aziende minori che della qualità (e non della pubblicità) fanno il loro cavallo di battaglia. Magari le loro bici costeranno anche qualche cento euro in più di una Surly, ma vuoi mettere la soddisfazione che provi quando la alzi dal cavalletto e ti ci metti in sella?
    Penso sia impagabile sapere che pedali una bici di qualità nata dietro casa tua della quale conosci anche l’ argonista che l’ha saldata.
    Sarò un inguaribile romantico ma per me è così
    Saluti
    massimo.

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Massimo,

      Credo tu ti sia perso un pezzo sostanziale dell’articolo, quello appunto dove si parla di marketing:

      “E allora la domanda è: perché i produttori italiani non riescono a creare lo stesso livello di coinvolgimento emotivo rispetto al loro marchio e si ritrovano a lottare come leoni per costruire un solo telaio in più? Credo che la risposta stia nel posizionamento: l’Italia è stracolma di marchi che si rivolgono alle fasce più alte del mercato, che ti propongono biciclette come status symbol al pari di un orologio Rolex, una penna Mont Blanc o un abito di Zegna. Poi ci sono quelli che invece fanno biciclette di merda, ne sono conspaevoli e felici: ti vendono una bicicletta qualsiasi, ma tanto costa poco e chissenefrega. In mezzo c’è tutto un mondo lasciato a se stesso: il mondo di chi vuole un prodotto normale ma efficiente, che parli una lingua comprensibile, un prodotto che ti consenta di affrontare il percorso casa lavoro in tranquillità o, all’occorrenza, di partecipare a qualche granfondo con gli amici o di farci il giro del mondo.

      Forse è anche una questione di prezzi: in Italia se hai 200 € da spendere sai che comprerai quello che trovi, se hai 4000 € da spendere sicuramente sai già cosa vuoi, ma se il tuo budget è di “soli” 1.000 euro e non vuoi sentirti parlare come un potenziale vincitore del Tour, allora la scelta diventa complicata: sul mercato non ci sono marchi pronti a mostrarti il proprio valore su quella fascia di prezzo, marchi che non ti facciano sentire come uno che ha scelto un prodotto di serie b solo perché non ti sei potuto permettere il top di gamma (di cui, tra l’altro, non avevi bisogno).”

      Io non metto in dubbio l’abilità dei nostri telaisti (come spiegato nell’articolo), quello che metto in dubbio è la capacità di comunicare e di rivolgersi all’esterno. Per questo i piccoli telaisti rimarranno per sempre degli artigiani che fabbricano biciclette esattamente come potrebbero fabbricare scarpe, bulloni o sapone. Fabbricano oggetti.
      Con il mio articolo volevo invece proporre un modello di marketing che si discosta da quelli attuali e che si sta dimostrando vincente (fortemente avverso ai marchi e tendenzialmente antiamericano – come specificato nell’articolo che avresti dovuto leggere prima di commentare).
      Per vendere non basta essere made in italy: bisogna sapersi raccontare. La domanda è “quante di questi piccoli artigiani si sanno raccontare nel modo giusto?”
      Secondo me pochissimi e questo è il loro problema che li costringe a starsene chiusi in bottega aspettando che qualcuno si accorga della loro esistenza.

      Ah, riguardo alla Rewel, mi sembra che loro producano telai in titanio:
      Come vedi, il problema di chi ha 1000 € da spendere e non 4.000 rimane.

      Ciao.

      • Simone ha detto:

        Ciao a tutti, molto interessante questo articolo ed i vari commenti.
        Anche io, come Tommaso, mi dedico da circa 2 anni al ciclismo perché gli impegni familiari non mi consentono più di prepararmi come si deve per praticare podismo a livello agonistico.
        Mi sono subito orientato su una singlespeed, a mio modesto parere la cosa più vicina che c’è alla corsa, quella che presenta meno “aggeggi” tra te e la strada (o il sentiero).
        La mia mtb è in acciaio ed anche la gravel-bike che ho intenzione di allestire sarà in acciaio, quasi sicuramente una Surly Crosscheck.
        Surly mi piace perché bada al sodo. A che serve la bici in carbonio sempre più leggera se tu, per primo, sei sovrappeso? Se la bici ti serve per arrivare dopo la duecentesima posizione in una granfondo, che te ne fai di 2kg in meno? Arrivi 170esimo?
        Purtroppo la media della mentalità ciclistica italiana è ancora distante anni luce dalla maturità e le aziende fanno poco o nulla per modificarla.
        Io acquisterei molto volentieri un telaio italiano in acciaio, ma non possono chiedermi 500 o 600 euro quando in rete trovo un Crosscheck spedito ben sotto i 400. Devo mandare avanti una famiglia e far quadrare i conti. Già 1.000 euro per una bici completa sono, per me, tanti soldi.
        Capisco che i Surly sono saldati a Taiwan, però se chi fa’ telai e/o bici sollecitasse l’industria a produrre tubazioni idonee a buon mercato, forse si potrebbe invertire la rotta, proponendo prodotti a prezzi più accessibili.
        Perdonatemi se sono stato prolisso, buone feste a tutti.

  12. Suzanne Schumacher ha detto:

    Gran bell’articolo. Grazie!

  13. Mattia ha detto:

    Ciao, scusa quando dice che hai trovato un’occasione in un sito tedesco..di quale sito parli? se vuoi puoi anche scrivermi in posta su lunderperzo@hotmail.it
    Oppure se hai un consiglio da darmi perchè è da un po’ che voglio questa bici, ma non capisco se sia conveniente comprare il frameset e poi i pezzi restanti per conto mio oppure rivolgermi a qualcuno che me la prepari, non credo di riuscire in ogni caso a spendere meno di un migliaio di euro..te che dici? grazie, Mattia

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Mattia,
      Sono passati un po’ di anni e non ricordo più il nome del sito.
      So che in Italia il distributore si chiama Pedal Domain ed è di Ravenna. Prova a sentire loro.
      Io ho comprato il kit telaio perché avevo un sacco di pezzi da riutilizzare: ho dovuto cambiare solamente il reggisella, l’attacco, il manubrio e la serie sterzo.
      In ogni caso so che le biciclette finite vengono intorno al migliaio di euro.
      Non so sinceramente se in termini economici convenga il telaio + i pezzi o la bicicletta finita, ma certo dipende dai componenti che ci vuoi montare.
      Facci sapere come finisce la storia.

      Un saluto.

  14. ferruccio ha detto:

    ciao
    bellissimo articolo.
    hai chiesto: perché i produttori italiani non riescono a creare lo stesso livello di coinvolgimento emotivo rispetto al loro marchio e si ritrovano a lottare come leoni per costruire un solo telaio in più?
    la mia risposta:
    perché i produttori italiani puntano ai soldi, i tipi della surly “amano” fare biciclette, non le fanno per il mercato, le fanno perché piacciono a loro, lo farebbero anche gratis.
    ho ordinato un portapacchi presso la oldman mountain in califonia, ho avuto una corrispondenza di tre mail direttamente con il titolare che mi ha detto per filo e per segno quale portapacchi era più adatto alla mia bici. alla fine mi ha pregato di fargli sapere come mi sarei trovato con quel prodotto.
    tu non sei diventato un cliente della surly bensì un suo discepolo, questa è la differenza.
    è probabile che il direttore delegato della bianchi viaggi in mercedes, quello della surly probabilmente usa la bici estate e inverno.
    è una visione diversa del mondo.

    ferruccio

    • massimo ha detto:

      Ferruccio, secondo me hai centrato il nocciolo di tutta la questione, in USA hanno già fatto il giro di boa e più di qualcuno sta tornando alle passioni che economicamente ti danno SOLO il giusto, ma per tutto il resto…..CHE GUSTO!
      noi poveri italiani, ormai privi anche di sogni, siamo ancora alla ricerca del solo denaro, ma tanto e facile e subito…
      ma tranquilli tra una decina d’anni inizieremo anche noi a venirne fuori!
      anyway, buone pedalate a tutti
      massimo

  15. felino ha detto:

    E’ con grande piacere che vedo questo tasto picchiare nel cuore e nella mente di tanti. Effettivamente le cose stanno così in Italia.
    C’è un telaista che fa solo acciaio in bassa italia a prezzi decenti. Non credo sia pratico di bici da viaggio ma credo che sia in grado con grande tranquillità di riprodurre la geometria di una bici da viaggio semplicemente vedendola.
    Li fa per sé e li fa per sempre. non ha il marketing a supporto. Credo che queste persone, da parte di chi la pensa come noi vadano aiutate.

    • antonio ha detto:

      salve a tutti io da un anno circa possiedo una Surly modello LHT da 700 non da 26.
      ho messo su delle gomme 700×42 leggermente tassellate, qualche borsa Revelate, insomma la bici pesa circa 19 kg, ma ci credete che mi piace più uscire con questa bici che con la mia bici da corsa ? (Cervèlo) :-)
      ogni volta che la prendo (2-3 volte la settimana) mi sento bene, mi rialasso e qualsiasi tipo di percorso che trovo, so di poterlo affrontare.
      Stavo pensando di togliere la Cervèlo e prendere la Pacer (la risposta Surly per le bici da… STRADA, in Surly in amano il termine “bici da corsa”).
      Ovviamente senza togliere la LHT ma solo affiancarne un’altra….vedremo come finisce.
      Io sono di Catania.

  16. raffaele ha detto:

    salve. vorrei farmi qualche viaggio in bici 1000-2000KM, su strade in prevalenza asfaltate ma libero di imboccare anche qualche sentiero. Mi piacciono le surly. per abitudine, preferisco ruote da 28″; essendo alto 1,77, credo che la mia taglia abbia ruote da 26″ ( ?? ). Sto valutendo anche la kona rove e la salsa vaya2. mi daresti qualche suggerimento. grazie
    Raffaele

    • franco ha detto:

      Caro Paolo,
      Bell’articolo.
      Sono felice di apprendere che Surly è come mi aspettavo e come immaginavo leggendo i commenti alle loro bici sul loro sito: sincera e semplice.
      Condivido tutto quel che hai scritto.
      Grazie ad un amico anche lui appassionato di bici ho comprato un telaio surly troll sul quale ho trasferito i componenti del mio vecchio telaio di alluminio che si era rotto.
      Mi trovo davvero bene. Una goduria.
      Sono in sovrappeso e non mi interessa limare qualche grammo dalla bici….
      Lo scorso gennaio sono andato a Berlino a imparare a fare telai da bici in Bamboo da ozon cyclery.
      Molto interessante: si tratta di un gruppo di ragazzi intraprendenti (quasi tutti messengers a Berlino) che costruiscono e (con workshop nei fine settimana) insegnano a costruire bei telai in questo meraviglioso materiale. Ciò unisce il mio amore per la bici, la passione per il fai da te ed il pasticciare creativo con le mani (faccio un lavoro troppo di concetto).
      Ho scoperto bikeitalia poco fa digitando surly su google, ma credo che tornerò a trovarvi spesso.
      Ancora grazie!
      Franco

  17. Max ha detto:

    Buon giorno Paolo,
    ECCOCI, l’Azienda Italiana che indichi tu, con la voglia di fare, creare, crescere, con una fede inarrestabile nel Made in Italy e un rapporto con il cliente quasi fraterno, con un “etica” del prezzo che tiene conto del fatto che 1500/2000 euro spesso sono più di uno stipendio e forse 2; purtroppo con 1000 euro una bici realmente fatta in italia, con la qualità dei GRANDI telaisti americani difficilmente la porti a casa (Surly è pur sempre saldata in Asia); Però l’approccio è lo stesso; bici fatte per durare una vita, per DIVERTIRSI, senza pensare al cronometro o al peso (accidenti, io non riesco mai a farmi bici che pesino meno di 12 kg…), versatili, puoi viaggiarci per 4500 km (Marco Costa e Elena Massarential Tour Divide) o attraversarci il Brasile con un gruppo di amici (Davide Frana), o semplicemente farci una Castellanìa – Mare con gli amici o un semplice giro di 30 km.
    Sempre con lo stesso spirito; godersi la compagnia e gli Amici, i sentieri che percorri e i panorami su cui posi gli occhi e godersi il PIACERE di stare in sella su una bici COMODA e performante per ore ed ore.
    Questa è l’ESSENZA della bcicletta e della mountain bike, Questo ci accomuna a Surly; C’è una grossa differenza; i fondatori di Surly hanno trovato QBP, il più grande distributore di bici al mondo che ha creduto ed investito in loro, in Italia devi cavartela con le tue forze, nè banche nè istituzioni, nè investitori credono nel ferro.
    Noi andiamo orgogliosi di essere una “garage ompany”, di aver realizzato il sogno di quasi tutti quelli che bazzicano il mondo delle bici; creare il proprio marchio, farlo crescere e conoscere.
    Per questo dico “NOI CI SIAMO”
    Grazie dello spazio e dell’attenzione.
    Massimo Varale
    Fondatore di Gasventinove

  18. Enrico ha detto:

    Ciao, trovo molto interessante questa discussione ed il sito in generale.
    Il marchio Surly mi piace tantissimo, così come Salsa.
    Per qualche anno sono rimasto intrappolato nel “tritacarne” dei telai in carbonio, delle sospensioni sempre più sofisticate, però non ero ciclisticamente “felice”. La bici non la sentivo mia. Poi ho dato una piccola svolta comprando un telaio Kona Satori e montandolo a mio piacimento. Sono fiero di avere una bici poco diffusa e Kona ha già qualche punto in comune con Surly. Adesso ho comprato un telaio in acciaio “El Mariachi” di SalsaBike per mia moglie, devo ancora montarlo ma già provo delle emozioni intense. Sono io il primo quindi a dire che queste biciclette hanno un valore aggiunto perché, oltre al loro funzione ciclistica, regalano anche delle appunto dellemozioni che vanno oltre all’aspetto tecnologico e la mera ricerca di leggerezza o rigidità. Bisogna però anche essere onesti quando si parla di bici “indistruttibili”. Forse già 40 anni fa i telaisti italiani costruivano telai da 1,5 kg in acciaio a prova di bomba, leggeri, elastici nei punti giusti, rigidi ed efficaci nella pedalata. Verniciati con una qualità eccellente, con i filetti fatti a mano. Ancora adesso ci si può rivolgere a Vetta, Formigli ecc…e con una spesa davvero modesta si porta a casa un telaio che, ad onor del vero, è superiore ad un qualsiasi telaio Surly, Salsa, ecc… Non ci si porta a casa però quell’idea di far parte di una “filosofia” e qui sta la bravura del responsabile marketing. Quello che manca ai nostri artigiani appunto è la capacità di valorizzare quello che hanno sempre fatto e che pochi magari conoscono.
    Detto questo, non vedo l’ora di montarmi una Surly Ogre da utilizzare per andare al lavoro!
    Buone pedalate a tutti.

    Enrico

  19. Andrea ha detto:

    Ciao,
    bell’articolo!!! se prima volevo una LHT ora la voglio ancora di più!!!
    Bisogna premiare queste realtà imprenditoriali!
    mi sai dire dove posso trovare il telaio LHT ? o il sito tedesco dove l’hai trovato tu?
    grazie

  20. Federico ha detto:

    Questo articolo mi piace un sacco. Parte dal cicloturismo e spazia su molti altri argomenti. Dalla filosofia della bici, fino al suo mercato. Complimenti.

  21. silvio ha detto:

    Proprio in questi giorni ho cominciato a sognare la mia nuova bici da montagna. Sono un cicloturista abbastanza assiduo (13000km di viaggi negli ultimi anni nelle ferie da lavoratore dipendente), ma mi piace anche scorrazzare per le Alpi e fare anche qualche discesa enduro senza tirarmi il collo. per viaggiare ho una economicissima e globalizzatissima scott tempestata di adesivi e bandiere, segni dei miei cammini… ma ci sono affezzionato come se l’avessi fatta con le mie mani. basta dire che dorme a pochi metri dal mio letto… possiedo anche una brompton, che è acciaio ed è anche una moda sì, ma fuori dalle mode, soprattutto in Italia dove pensano che con le ruote piccole ci siano solo i tricicli da bambini (invece io con la brompton ho fatto il gran san bernardo e un viaggio di 1330 km negli United Kingdom, aveva nostalgia di casa la piccola…) , però quando la guardano bene nelle sue finiture e torniture, quelli con l’occhi da officina… la apprezzano, eccome.
    ma veniamo al punto… cerco un telaio, un telaio da amare e da trattare male nelle piste da enduro, che possa portare una forcella anche da 120-.140 e non voglio spendere troppo (max 600 euro, che mi sembra già una fortuna).
    SURLY KARATE MONKEY?
    FORGIONE? mi ha rsiposto subito alla mail, certo mi piacerebbe avere qualche garanzia in più da qualcuno che ha comprato qualcosa da lui, però quanto ispira questo signore pieno di passione e gentilezza…

    Pensavo al carbonio… e poi ho visto la mia pancetta allo specchio
    pensavo all’alluminio… e poi ho pensato che tra vent’anni quel telaio non ci sarà più
    pensavo al titanio… e ho rivisto la mia pancetta…
    quindi ho cominciato a pensare all’acciaio e nell’ultima settimana ho fatto tre uscite in montagna con un botto di dislivello…
    poi ho letto l’articolo e tutti gli altri contributi e ho deciso di scrivervi così solo per confermare che potremmo essere molti a cambiare mentalità
    speriamo
    w la strada, i polmoni, la passione e l’acciaio.

  22. Giacomo ha detto:

    Ciao Paolo
    complimenti per l’articolo. Ma mi sai dire dove vengono prodotte realmente le Surley!
    Perchè ho il dubbio che vengano prodotte a Taiwan o in Cina da un qualsiasi fornitore che fa telai per mille altri. E secondo me è qui il problema. In Surley come in ogni prodotto Americano, di marketing ce ne ed eccome e ce “solo” marketing fatto strano e fatto bene, tanto da far sembrare che i loro telai siano fatti realmente uno per uno a mano da chi veramente li ha pensati, quando in realtà come in qualsiasi altra azienda di qualsiasi altro settore del mondo, spediscono solo disegni con delle specifiche in Asia a qualche cinesino che produce a testa bassa senza sapere minimamente per cose verrà utilizzato ciò che sta costruendo….. E allora qui mi finisce la poesia! Magari mi sbaglio, magari li fanno loro in casa uno per uno, spero che tu mi smentisca. Quello che cerco di dire è che gli americani sono bravissimi a far passare qualsiasi cinesata come la cosa più figa del mondo e li che sta la loro forza….sbaviamo davanti a oggetti che sembrano speciali, che sembrano avere un anima ma che in realtà seguono la stessa logica di qualsiasi altro bene di consumo…..Bada bene, sono favorevole ai produttori asiatici, secondo me alcuni lavorano anche bene soprattutto i Taiwanesi e sono convinto che sia giusto che un azienda produca dove gli costa di meno. Però se decido di farmi un telaio da viaggio, che mi voglio tenere per tutta la vita sinceramente voglio vederlo negli occhi l’uomo che me lo salda!!!!!!
    E non mi interessa se non ha tatuaggi e non beve birra e magari parla in bergamasco!!!!!
    Un saluto

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Giacomo,

      i telai di Surly sonno fatti a Taiwan, non è un mistero.
      Ma non è quello il punto. Il punto è che Surly è capace di innovare arrivando a inventare cose che altri non inventano. I bravi telaisti italiani sannno costruire bici su misura, ma non inventano nulla: ripetono le cose fatte in passato secondo schemi consolidati.
      Il marcheting c’entra e come, sempre e comunque: marketing significa “posizionare sul mercato” ed è una parte fondamentale del processo commerciale. Anche solamente decidere cosa produrre e cosa no è marketing.
      Però, ti ripeto, c’è chi inventa uno stile e chi poi gli corre dietro. Surly ha inventato un modo diverso di concepire la bicicletta che in Italia nessuno riesce a ripetere. Se tu avessi letto fino alla fine l’articolo, avresti letto: “Ho scritto quest post nella speranza che qualche italiano voglia uscire dal gruppo e andare in fuga sfruttando il buon esempio di Surly.”
      Ciao

  23. Giacomo ha detto:

    Ciao Paolo,
    capisco quello che dici e ho compreso l’articolo che reputo molto interessante. Io penso però che il problema, per quanto riguarda gli imprenditori Italiani del settore sia più complesso. Mettiamo il caso che un Italiano abbia una buona idea innovativa nell’ambito bici e che abbia anche le capacità legate al marketing di affermarla nel mercato. Per fare un prodotto che possa essere competitivo a livello di prezzo si deve per forza rivolgere a qualche fornitore asiatico. A questo punto iniziano i problemi perché se un azienda americana ha un idea e fa fare la produzione di massa in cina da un qualsiasi produttore, sono dei fighi. Se lo fa un azienda Italiana, sono degli sfigati o peggio “prendono in giro i propri clienti”. Secondo me è questa mentalità diffusa tra gli appassionati che chiude le porte in faccia agli imprenditori Italiani. Il nostro passato di abili produttori ci si ritorce contro e il Made in Italy con i suoi costi ormai fuori mercato è solo una zavorra che piano piano ci sta portando a fondo e che ci costringe a dimensioni aziendali microscopiche = piccolissimi artigiani che sopravvivono a stento e che fanno qualsiasi cosa il cliente gli chieda pur di campare…..altro che innovare. Così facendo piano piano oltre a perdere le capacità di fare, perderemo anche quelle di inventare, di innovare e di creare cose nuove o di design di successo, cose che secondo me sono il vero plus che gli italiani hanno e che ben riescono ad affermare quando si liberano dal concetto di Made in Italy. Quello che dico è meno Made in Italy e più Design in Italy. Ma il problema è che bisogna cambiare la mentalità della gente è non è una cosa semplice.

  24. Stelio ha detto:

    Paolo,
    vedo che usi la LHT con ruote da 26″, manubrio tipo MTB con estensioni. Suppongo con freni cantilever. Io sto pensando di vendere 3 delle mie bici per prendermi una che faccia le veci di tutte e in più sia ancora più robusta per viaggi. Quindi pensavo i ordine di preferenza: *1 Surly LHT, *2 Cinelli Hobo, *3 Stazione delle biciclette su misura tipo Barbara, *4 Kona Sutra,

    Non vedo ancora tua recensione sulla Cinelli Hobo, spero la farai presto. Che ne pensi? Troppo “dozzinale”? Troppo marketing (che fa cmq bene, ok) e poca sostanza? Io l’ho provata per un giretto di 1/2 ora e mi pare decente per il prezzo. Alzerei il manubrio con una pipa a 45 gradi e magari degli estensori di canotto.

    Per poter fare le manutenzioni per conto mio il più possibile, eviterei i freni a disco meccanici in favore dei cantilever, visto che non penso ci sia una enormità di differenza, vero?

    I vantaggi, per cui tu penso li hai scelgi, delle 26″ rispetto alle 28″ sono solo che: *a) li trovi anche in mongolia, *b) trovi migliaia di tipi diversi soprattutto mtb? oppure anche che sono *c) più maneggevoli? che altro?

    Consiglieresti il rohloff per uso quotidiano/viaggi oppure lo trovi un eccesso di zelo e anche se smerdi totalmente il cambio in fuoristrada, o nelle lande paludose con fango, comunque poi una lavata e via, chissenefrega funzia comunque? (visto il prezzo, sai…)

    Il paracatena in città per farmi i miei 35km giornalieri spesso in abito e cravatta (ok sono un po’ borghese nell’altra vita) è utile. Vedo che tu lo hai messo, uno semplice. Vero? e un paracatena tipo cittadino è mettibile? (la cinghia di trasmissione che si trova su varie tedesche è carina e forse robusta e non sporca, ma costa alquanto e devi cmq utilizzare un cambio nel mozzo tipo rohloff o shimano o sram).

    Ciao! Stelio

  25. Francesco ha detto:

    Vero… Ho una Surly Pacer dal 2011 e mai un problema. Solida, dura e pura. E pesantuccia. Ma questa é una caratteristica, non un difetto. In realtà credo che anche Surly, con il suo (legittimo e piacevole) modo di fare abbia trovato un concetto di marketing ben preciso e soprattutto ha riempito un gap proponendo roba nuova…
    Ma intanto esistono e, come scrivi tu (ci possiamo dare del “tu”?) con poco più di 1000 Euro ti prendi una bici solida e concreta e incominci a pedalare anche in situazioni dove altre bici forse…

  26. Francesco ha detto:

    Anche a me le Surly piacciono molto e le trovo anche indicate al tipo di giri che faccio in bici, strade asfaltate o sterrate (ma non mi lancio dalle montagne), nessuna ricerca della prestazione, affidabilità, possibilità di fare cicloturismo.
    Pero’ secondo me l’articolo tende un pò a glorificare in modo eccessivo questo marchio.
    Ad esempio, il prezzo: a me non sembra proprio che le Surly costino poco…. siamo intorno ai 2000 euro per montaggi di qualità ma ovviamente nulla di esoterico che del resto poco avrebbe a che fare con la tipologia di bike.
    Ma 2000 euro per una bici in acciaio, rigida, che non ricerca prestazioni non sono affatto pochi!
    E non mi sembra proprio che le bdc o le mtb necessitino di 5000 euro per essere acquistate, con 2.000 euro vengono fuori buonissime bdc ed mtb rigide o front e buone full.
    Ma sia i marchi notissimi, che soprattutto quelli meno prestigiosi (cube, canyon, radon, rockraider) per soli 1000 euro offrono mtb front montate benissimo ed affidabili!
    Idem sulla durata della bici… le surly a legger voi sembrano eterne e le altre bici che durino dall’alba al tramonto… a parte che solo il telaio, in alcuni casi la forca e pochi altri componenti sono prodotti da loro per il resto i componenti sono in comune con le altre bici, personalmente ho avuto mtb front in alluminio anche per molti anni… e mai avuto problemi, l’acciaio dura di piu’… sicuro ma dopo 10 anni una bici magari la cambi perchè il resto è ormai alla frutta…
    Non sono gli unici a produrre bici di questo tipo in acciaio, anche l’italianissima gas lo fa… e tra l’altro loro sono un vero made in italy… e non un finto made in usa.
    Il marketing….. detto che il marketing non è il male, in ogni caso a me sembra che in casa surly di marketing ne capiscano fin troppo… semplicemente la loro strada, così come la loro clientela è diversa da quella di una colnago o de rosa…..

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Francesco,

      Occhio: Surly fa telai (e alcuni componenti), non fa biciclette.
      Quindi se vuoi fare paragoni, paragona il prezzo dei telai.

  27. Ricky ha detto:

    Che Surly faccia marketing, e fatto bene, non ci sono dubbi. Che faccia ottime biciclette, altrettanto. Se riescono a farmi sentire parte di un’elite di ciclisti “duri e puri”, smanettoni da garage, pur offrendomi un telaio fatto a Taiwan, ben venga. Se il risultato del loro lavoro è un prodotto come la mia Karate Monkey, tanto meglio. Credo che oggi come oggi sia quanto meno impensabile avere un telaio artigianale a 4/500 euro, che sia italiano, inglese, americano o che altro. A quella cifra, o qualcosa di più, puoi invece avere una Surly. Una bici, o meglio un telaio, progettato come si deve, fatto con buoni materiali anche se non il top del mercato (godibilissima – molto Surly style – la spiegazione delle tubazioni “natch”), divertente da guidare, robusto. A quel punto poco importa se il telaio l’ha saldato un taiwanese o un bergamasco, l’importante è che guido un’ottima bici che ho pagato il giusto (circa 900 € con onesta componentistica Shimano Deore e FSA). Dobbiamo valorizzare il made in Italy? Ok ma devo anche valorizzare il mio stipendio. Quando ci sarà una Surly italiana, di sicuro la prenderò in considerazione. Se già c’è, non sta facendo un buon marketing.

  28. Fat bike: istruzioni per l'uso - Mountains Holiday ha detto:

    […] primo progetto industrializzato è però del 2005, quando Surly, una visionaria azienda di bici del Minnesota, progettò la Pugsley, una fat bike dal telaio in […]

  29. bicilette da montasgna tutti i segreti ha detto:

    […] primo progetto industrializzato è però del 2005, quando Surly, una visionaria azienda di bici del Minnesota, progettò la Pugsley, una fat bike dal telaio in […]

  30. Fat bike: istruzioni per l'uso - Mountains Holiday ha detto:

    […] stati poi usati anche sulla neve. Il primo progetto industrializzato è però del 2005, quando Surly, una visionaria azienda di bici del Minnesota, progettò la Pugsley, una fat bike dal telaio in […]

  31. salvatore ha detto:

    articolo ben fatto ho appena coronato il mio sogno ed ho comprato una karate monkey, pesante? quasi la metà della mia Olympia…. io poi peso 135kg… di che stiamo a parlà?
    sono felice anche dei punti vendita che ho trovato, molto allineati all’idea surly ( mi hanno anche offerto la birra ) tranquilly e senza parlantina da venditore, certo sanno fare il loro lavoro … ma non ti senti fregato.
    è un grande marchio !!!

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