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Nella guerra sulle strade la prima vittima è chi pedala

News, Rubriche e opinioni • di 7 Dic 2018

Volevo scrivere di bicicletta e parlare da cronista delle magnifiche sorti e progressive della mobilità nuova, invece da anni mi ritrovo impegnato mio malgrado come corrispondente di guerra sul fronte della strage stradale che conta ogni giorno morti e feriti soprattutto tra gli utenti fragili, quelli che si muovono a piedi e in bici in un pericoloso oceano fatto di mezzi a motore sempre più veloci, sempre più grandi, sempre più letali.

Ritengo che la difesa della sicurezza stradale sia una battaglia di civiltà e mi chiedo se mai riuscirò a vedere un risultato tangibile per tutti gli sforzi profusi in questi anni: di quanti altri morti e feriti sulla strada dovrò scrivere prima che il tema entri davvero nell’agenda politica e vengano messe in campo misure efficaci e durature per la tanto agognata “vision zero” di cui tanti amministratori si riempiono la bocca ai convegni, salvo poi dimenticarsene una volta abbandonata l’aula?

Il ciclista investito e ucciso ieri a Roma dal guidatore di un torpedone della Terravision intorno alle 6 di mattina era semplicemente una persona che si stava recando a lavoro in bicicletta: si chiamava Luigi, aveva 60 anni, tra qualche anno sarebbe andato in pensione. Lascia una moglie e due figli. Non appena appresa la notizia sono accorso in bici sul luogo dell’impatto: l’incrocio tra via Merulana e viale Manzoni lo conosco bene e ricordo altrettanto bene che su quella benedetta direttrice era stata annunciata la Ciclabile Labicana già dall’ex sindaco Ignazio Marino il 18 luglio del 2013 e che in questi anni nulla si è fatto, nonostante reiterate promesse e recenti sperimentazioni da parte dell’amministrazione pentastellata che però sono rimaste soltanto buone intenzioni sulla carta. Mentre sulla strada si continua a morire.

“La violenza e la strage stradale come realtà e rappresentazione”: era questo il titolo che avevo dato alla mia relazione a un convegno sulla sicurezza stradale del 26 novembre scorso alla Biblioteca della Camera dei Deputati, ieri le slide che ho illustrato all’uditorio sulle distorsioni dei mass media, i luoghi comuni giornalistici e il pressappochismo quando si tratta di questo tema hanno preso la forma di lanci di agenzia, articoli di cronaca e commenti “per sentito dire” sui social che contribuiscono a rendere la nostra società più insensibile, cinica e refrattaria all’empatia.

La cosa più spiacevole, che ho riassunto in una serie di tweet concatenati, riguarda l’articolo scritto dall’agenzia di stampa Agi che ha avuto il coraggio – e ce ne vuole – di scrivere, e cito: “La stragrande maggioranza di coloro che pedala quotidianamente non ha mai letto neanche una volta l’art.182 del nuovo codice della strada, approvato all’inizio del 2016 e dedicato proprio alla circolazione dei velocipedi. Insomma, oggi più che mai, occorre un serio dibattito per tutelare i ciclisti sulle strade e punire chi trasgredisce le regole”.

Mi piacerebbe sapere a quanto ammonta questa “stragrande maggioranza” di ciclisti ignoranti in materia di Codice della Strada e come hanno fatto a scrivere un’inesattezza del genere senza il supporto di alcun dato, proprio loro che fanno fact-checking e dovrebbero avere una certa dimestichezza con i numeri oltreché con la verità sostanziale dei fatti.

A dodici ore di distanza dal fatto, alle 18 di ieri, una quarantina di ciclisti urbani in rappresentanza di tante realtà cittadine hanno voluto rendere visibili il loro dolore e la loro rabbia facendo un sit-in statico proprio a quell’incrocio: accendendo candele e rivolgendo un pensiero a Luigi, per cercare di esorcizzare la paura di una morte violenta che sulla strada continua a mietere vittime nel disinteresse pressoché generale, a Roma come nelle altre città italiane. E prima di andare via hanno disegnato con uno stencil la sagoma di una bici a vernice spray rossa, sul luogo dell’impatto.

“In guerra, la prima vittima è la verità”. Lo diceva Eschilo ma il nostro “qui e ora” non è in una tragedia greca: nella guerra sulle strade la prima vittima è chi pedala, il capro espiatorio perfetto da immolare sull’altare della motorizzazione di massa. Lo spazio che reclamiamo sulle strade fa la differenza tra la vita e la morte: nessuno di noi vuole essere il prossimo. Basta morti in strada.





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