Vincenzo Nibali testimonial della McLaren e la sicurezza stradale che non c’è

28 Febbraio 2019

“Ciao Rohan, lo so che sei veloce: ma oggi ho qualcosa di più veloce per te”. Con queste parole Vincenzo Nibali, ciclista professionista e uomo di punta del Team Bahrain-Merida, consegna nelle mani del suo compagno di squadra Rohan Dennis una supercar della McLaren. Rombo del motore, bolide che accelera in un lampo e scompare all’orizzonte. Fine dello spot. Con una clip di soli trenta secondi vengono cancellati anni di discorsi e convegni sulla sicurezza stradale dei ciclisti e spiace davvero che per esigenze di sponsor a fare da testimonial alla velocità motoristica che miete ogni anno migliaia di vittime sulle strade sia stato proprio Nibali, uno degli atleti più rappresentativi nel panorama ciclistico italiano e mondiale.

Lo spot targato McLaren, marchio della Formula 1 che dal dicembre scorso è diventato proprietario al 50% del Team Bahrain-Merida, oltre a veicolare un messaggio improntato al mito della velocità a motore come valore assoluto e indiscusso sfrutta l’immagine di un campione delle due ruote trasformandolo in un pilota, suggerendo l’idea che in fondo andare forte in bici e correre in auto “siano un po’ la stessa cosa”, ma guidare una supercar è di certo più appagante perché si riesce ad andare più veloce. Nel realizzare questo breve filmato si sono dimenticati di far indossare le cinture di sicurezza ai due ciclisti-attori: un’altra grave mancanza in questo quadro non proprio edificante che banalizza un tema delicato e doloroso come la strage stradale.

Vedere Nibali alla guida di quell’auto e sentirlo recitare quella battuta che magnifica la velocità dei motori mi ha fatto male: perché fino a ieri lo identificavo come un alfiere della sicurezza dei ciclisti – e custode della memoria di quelli uccisi sulle strade dalla velocità di chi guida un mezzo a motore, come il suo ex compagno/gregario Michele Scarponi o la giovane promessa Rosario Costa che militava proprio nella Asd Nibali – mentre da oggi associo il suo volto a una macchina potente con lo sportello che si apre ad ala di gabbiano e con un’accelerazione da 0 a 100 km/h in meno di quattro secondi netti. E non voglio pensare neanche per un momento che quelle di ieri siano state lacrime di coccodrillo, perché mi farebbe ancora più male.

Intanto proprio oggi, giovedì 28 febbraio 2019, alla Commissione Trasporti della Camera per le proposte di modifica del Codice della Strada è in agenda l’audizione della Fondazione Luigi Guccione Ente Morale Vittime della Strada e della Fondazione Michele Scarponi che hanno condiviso una piattaforma: al primo punto c’è la richiesta dell’installazione del dispositivo ISA (Intelligent Speed Adaptation) sui veicoli a motore, “sistema di adattamento intelligente della velocità” di tipo attivo (e non passivo) che interviene a variare la velocità a seconda della lettura della strada che ne fa il GPS del veicolo stesso su cui è in corso una petizione online caricata sul sito Change.org.

FIRMA LA PETIZIONE “TUTTI PER ISA, ISA PER TUTTI”

Sull’innalzamento del limite di velocità a 150 km/h in autostrada le due Fondazioni sono totalmente contrarie e promuovono invece l’introduzione del limite di 30 km/h nelle aree urbane e il ripristino dell’autonomia dei Comuni in materia di Zone a Traffico Limitato e aree pedonali, dopo il pasticcio del comma 103. Altre misure sostenute per favorire la mobilità nuova sono il doppio senso ciclabile, la linea d’arresto avanzata per le bici e la circolazione delle bici sulle corsie preferenziali. C’è poi la richiesta di abolire il comma 6-bis dell’articolo 142 del vigente Codice della Strada che obbliga la segnalazione degli autovelox: un’anomalia tutta italiana che ipertutela il potenziale trasgressore indicandogli dove, come e quando potrebbe essere multato.

Oggi all’audizione della Commissione Trasporti Marco Scarponi indossa le scarpe che erano di Michele: trovo che questa cosa sia molto bella, perché in questo modo è come se anche lui camminasse con noi, anzi è proprio come se avesse messo un piede a terra per aspettarci e guidarci alla vittoria. Proprio come fece quel 27 maggio 2016 quando, da gregario perfetto, portò il suo capitano Vincenzo Nibali alla vittoria di tappa e gli consentì di aggiudicarsi il Giro d’Italia. Noi che non l’abbiamo dimenticato continuiamo a pedalare per portare avanti il suo esempio anche attraverso le iniziative della Fondazione a lui dedicata.

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