Perché le officine per bici devono essere servizi essenziali

2 Aprile 2020

Nel fronteggiare l’emergenza Coronavirus ogni stato del mondo sta mettendo in campo politiche tra loro differenti e molto contrastanti anche sul fronte della mobilità.

Ci sono paesi che incitano all’utilizzo della bicicletta per la mobilità quotidiana poiché consente di fare attività fisica (e quindi migliorare le proprie difese immunitarie) mantenendo la distanza sociale richiesta e paesi come l’Italia che, sebbene, non l’abbiano vietata espressamente, l’hanno pesantemente stigmatizzata, al punto che chi la usa per recarsi al lavoro, oltre all’autocertificazione dovrebbe anche mettersi un bel cartello sulla schiena per evitare il linciaggio.

Autocertificazioni ulteriori per chi va al lavoro in bicicletta

E andare al lavoro in bicicletta è sempre più difficile anche perché con le ultime direttive della Presidenza del Consiglio dei Ministri, contrariamente alle officine per la riparazione di automobili, le officine di riparazione di biciclette non sono state inserite tra i servizi essenziali e riparare una semplice foratura è diventata oggi un’impresa eroica.

Ieri un collaboratore di Bikeitalia.it che lavora in un ospedale di Brescia (uno dei centri più colpiti dall’emergenza) mi ha inviato questo scambio di messaggi avvenuto su whatsapp con un collega:

Un medico di Brescia cerca una camera d’aria per andare al lavoro

Il medico in questione (uno di quelli che oggi chiamiamo eroi), oltre a trascorrere le giornate in prima linea per riuscire a salvare più vite possibile in un momento tanto delicato, deve adesso anche ingegnarsi e scomodare reti informali e trovare vie traverse per riuscire a procurarsi una cosa tanto elementare e tanto necessaria come una camera d’aria. Ovvero deve ricorrere all’illegalità.

Il motivo per cui il medico di Brescia non può far riparare la propria bicicletta è che lo Stato italiano (in un momento precedente alla crisi attuale) ha pensato bene di assimilare la riparazione delle biciclette alla riparazione di articoli sportivi e da campeggio, tutta roba che oggi non serve, ma che sta gravemente penalizzando chi decide di andare al lavoro senza inquinare e mantenendo la distanza sociale raccomandata. Così come coloro che fanno consegne di cibo e merci in città.

Ritenere la bicicletta un articolo sportivo o, peggio, un giocattolo è la logica che ha portato a trasformare la Pianura Padana in una camera a gas da cui solamente un virus è riuscito a liberarci. Continuare su questa strada rischia di proiettarci in un futuro sicuramente più povero e forse ancora più avvelenato.

Il tempo per cambiare è oggi.

Partiamo con il riconoscere che le officine di riparazione delle biciclette sono servizi essenziali, tanto quanto lo sono le officine per le automobili. E poi riformuliamo la mobilità urbana che non può tornare a essere quell’orrore che era prima della crisi.

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Commenti

3 Commenti su "Perché le officine per bici devono essere servizi essenziali"

  1. Avatar Pietro Leone ha detto:

    Buon giorno carissimi, in un momento così difficile dove siamo quasi ghettizzati e odiati per colpa di qualcuno posso dire che purtroppo i ciclisti sono chiusi ma sulle vetrine di alcuni hanno messo dei distributori automatici di camere d’aria molto assortiti e ci sono altri ricambi, tipo bombolette di schiuma o cartucce per gonfiaggio, io vivo in provincia di Cuneo ma spero che questa iniziativa non sia solo un fenomeno isolato. Condividiamo per renderci tutti più informati e indipendenti. Buona vita a tutti.

  2. Avatar Renato ha detto:

    Oltre ai ciclisti che usano legittimamente la bici per andare a lavorare occorre che il provvedimento venga modificato in modo da consentire uscite solitarie anche per chi non va al lavoro perché questa sedentarietà forzata ci rende più vulnerabili e quindi se non ci ammaleremo di corona virus ci ammaleremo di altre patologie perché nel frattempo le difese immunitarie sono diminuite.

    Il provvedimento ha equiparato lo jogging al ciclismo senza tenere conto che mentre chi cammina o corre potrebbe effettivamente transitare a distanza ravvicinata da altri esseri umani, il ciclista, se pedala sulla strada, mantiene sempre una adeguata distanza di sicurezza da chiunque gli sta attorno e quindi non rappresenta un pericolo per nessuno.

    Mi auguro che le varie associazioni che rappresentato i ciclisti possano far modificare al più presto questo provvedimento.

  3. Avatar Cesare ha detto:

    RENATO, condivido pienamente le tue idee e lo faccio da medico (quindi forse anche esperto in materia), cardiologo e medico dello sport e anche da appassionato di bici per il tempo libero.

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