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Quella volta che Cinelli sfidò le regole del ciclismo

Quella volta che Cinelli sfidò le regole del ciclismo
TAGS: manubrio

Nel ciclismo c’è un momento in cui l’innovazione corre più veloce del regolamento. Negli anni ’90 si chiamava Spinaci. E portava il tricolore Cinelli.

C’era una volta un accessorio che fece impazzire il gruppo. Si chiamava Spinaci, come il piatto preferito da Braccio di Ferro, e fu la risposta italiana – brillante, estetica, funzionale – alla ricerca dell’aerodinamica nel ciclismo su strada. Un’appendice al manubrio, compatta e leggera, pensata per spingere a tutta in solitaria o nelle fughe. Nacque nel 1995 e in pochi mesi divenne un’icona: 20.000 pezzi venduti ogni mese, un piccolo culto su due ruote.

Ma la favola durò poco. Due anni dopo, nel 1997, la UCI ne decretò il bando. Jean-Marie Leblanc, allora direttore del Tour de France, fu tra i primi a puntare il dito: “Quelle cadute? Colpa delle appendici al manubrio”. Fine della corsa. I gloriosi Spinaci finirono fuorilegge, accusati di rendere troppo distante l’accesso alle leve dei freni e di aumentare il rischio nel gruppo. Nonostante la campagna di Cinelli “Legalize Spinaci” per tentare di salvarli.

Legalize Spinaci campagna Cinelli

Ma davvero erano così pericolosi?

La verità, come spesso accade, è sfumata. Sì, in gruppo non erano ideali. Ma nelle fughe? In solitaria? Erano un’arma. Un vantaggio tecnico. E, soprattutto, una scelta del corridore. Un’opzione. Oggi vediamo i gravellisti usare le aerobar in corsa senza troppe polemiche, eppure gli stradini restano legati a un regolamento che in certi punti sembra fermo agli anni ’90.

Eppure, proprio oggi, mentre l’UCI si prepara a bandire i manubri troppo stretti imponendo una larghezza minima di 40 cm – decisione che ha sollevato un vespaio di critiche tra atleti esili e squadre femminili – torna d’attualità quella vecchia battaglia: fino a che punto si può davvero standardizzare l’ergonomia?

Spinaci, ovvero la libertà di scegliere

Lo slogan era tutto un programma: Spinacissimi, Spinaci Light, Pollicino. Ogni riferimento a Braccio di Ferro non era casuale. In quegli anni Cinelli parlava ai ciclisti come si parla agli artisti: con ironia, stile e libertà. Gli Spinaci erano una dichiarazione di indipendenza, una fuga dalle regole scritte da chi – forse – aveva dimenticato cosa si prova a fare la differenza in pianura, testa bassa, mani in presa bassa, ma un po’ più avanti.

C’erano anche gli emuli: ITM, 3T, Zirbel. Ma nessuno con il fascino delle originali. Chi le montava, spesso le lucidava come si fa con una spada prima della battaglia. Oggi esistono repliche moderne, come le Zirbelacci compatibili con manubri da 31.8 mm. Ma restano un’eccezione, un omaggio. Niente più.

Perché vietare tutto ciò che non rientra in uno standard?

Dal divieto degli Spinaci a quello (più recente) dei puppy paws – ovvero l’appoggio degli avambracci sul manubrio – il ciclismo sembra vivere una lunga tensione tra libertà e regolamentazione. Come se ogni scelta fuori dai canoni fosse pericolosa a prescindere.

Eppure i corridori non sono tutti uguali. Non lo erano negli anni ‘90, non lo sono oggi. Allora, come oggi, la vera sicurezza dovrebbe nascere dalla consapevolezza e dal contesto. Non da un bando a tappeto.

“Legalize Spinaci”, quindi?

Magari sì. O almeno: legalizzate la possibilità di scegliere. Non per tutti, non sempre, non in gruppo. Ma laddove ha senso, laddove può fare la differenza, laddove può rendere il ciclismo uno sport meno schiavo della taglia unica.

Perché, come abbiamo scritto a proposito del nuovo obbligo UCI sui manubri da 40 cm, la bici è un’estensione del corpo. Ogni ciclista merita una posizione costruita su misura, con componenti che rispettino chi è davvero. E la vera sicurezza nasce dal rispetto delle differenze, non dall’imposizione di uno standard unico.

Legalizzate gli Spinaci. Se non per tutti, almeno per chi sa ancora cosa significa partire in fuga col vento in faccia e la libertà tra le mani.

[Fonte]

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