Traumatologia in bici: dopo un infortunio è possibile ritornare a pedalare?

La bicicletta ormai è assodato che sia il mezzo del momento, che rispecchia perfettamente tre voci chiave fondamentali per la ripresa del paese dopo il Covid-19: salute, ambiente ed economia.

Le due ruote piacciono sempre di più e rappresentano un valido mezzo di trasporto per sportivi e non. Tutto ciò però può esporre a potenziali traumi legati o meno ad eventuali cadute non così improbabili.

Queste possono esser dovute a piste ciclabili poco sviluppate e rischiose, nonostante l’uso di protezioni, e alle alte velocità ormai raggiunte durante gare, allenamenti o lungo il tragitto casa lavoro.

Va considerato inoltre che negli ultimi anni, i traumi ciclistici siano passati da bassa ad alta energia a causa dei mezzi sempre più performanti e delle prestazioni atletiche dei corridori stessi; che si tratti di strada o mountain bike, realtà professionistica o meno, gli incidenti sono sempre più gravi.

Osserviamo in ordine di frequenza le fratture di clavicola, di avambraccio e di polso anche se ultimamente anche ossa quali femore e bacino vengono sempre più coinvolte (come ad esempio Chris Froome nel 2019 o Geraint Thomas 2020)

Chris Froome, in ospedale dopo l’infortunio del 2019

Questi traumi possono veramente far cessare l’attività di uno sportivo? Se il paziente in questione fosse un atleta che della bici ne fa il suo lavoro come bisognerebbe comportarsi? Insomma: tutti ma proprio tutti possono tornare a pedalare come prima?

Geraint Thomas subito in sella dopo la caduta al Giro d’Italia 2020

Prima di rispondere alla domanda vanno considerate delle variabili molto importanti che vedremo in seguito.

Tempo (potresti perderne molto)

Mettetevi calmi e abbiate pazienza. Una volta che ci siamo infortunati e viene diagnosticata una lesione ossea, bisogna capirne la tipologia: fratturarsi una clavicola è ben differente che fratturarsi un osso come il femore.

Sono elementi anatomici diversi con capacità di guarigione differente a causa della loro struttura. La prima gode di scarsa vascolarizzazione mentre il secondo è ampiamente vascolarizzato; ciò si traduce in una diversa capacità riparativa.

Alcuni segmenti articolari, come ad esempio l’omero prossimale (comunemente chiamato anche spalla), in seguito a frattura, potrebbe guarire con semplice riposo e una cauta mobilizzazione (reggi braccio) nel giro di 35-40 giorni; ma tutto dipende dall’esigenza funzionale e dalle richieste del paziente, a maggior ragione se questo è considerato “speciale” come potrebbe esserlo un atleta professionista.

Discorso diverso vale invece per una frattura femorale, perché che sia diafisi (la parte lunga) o il collo (anca) essendo un osso che ci permette la stazione eretta, ci obbliga al trattamento chirurgico, sia nel giovane che nell’anziano, per evitarne l’allettamento e le consequenziali complicanze di questo (trombosi, piaghe e atrofie muscolari).

Noi ortopedici usiamo dire che “il miglior intervento è quello che non si fa”. Ma questo cosa significa, che nessuna frattura andrebbe operata? Assolutamente NO!

Prima di trattarla chirurgicamente bisogna considerare i rischi ed i benefici ma soprattutto il fattore *tempo* perché nell’agonista ma soprattutto nel professionista, che con il proprio corpo ne ricava un guadagno, può diventare fattore determinante.

Lo scheletro di un ciclista rappresentato in un poster di Ikea

I benefici dell’intervento sono: la guarigione più svelta, il mantenimento dell’asse anatomico (nel caso di una frattura scomposta) e la pronta mobilizzazione.

I rischi sono quelli connessi alla chirurgia e cioè: eventuali sanguinamenti, ematomi fino alle più temute infezioni. Un atleta professionista ha bisogno di pronta mobilizzazione quindi pronto recupero; più tempo si perde minori sono le possibilità di tornare in sella durante la stagione.

Volendo fare un esempio pratico, i nostri pazienti ciclisti amatoriali, che riportano una frattura di clavicola nel 90% dei casi non li operiamo (a meno che non ci sia esposizione ossea o sussista grave alterazione anatomica) e dopo 45 giorni circa, dolore permettendo, tornano a fare i rulli o la spinbike, per evitare le sollecitazioni tipiche dell’allenamento outdoor; così facendo ritornano al gesto sportivo senza compromettere la formazione del callo osseo che è visibile radiograficamente dopo circa 3 mesi.

Diverso invece è l’approccio nei confronti dell’agonista che, con lo stesso pattern di frattura, che viene operata, può tornare a pedalare già dopo 2-3 settimane, assumendosi i rischi degli stress meccanici derivanti dal manto stradale e dalle vibrazioni che potrebbero però portare al fallimento la sintesi chirurgica.

I recuperi dei “pro” sono degni di lode, ma considerarli come esempio, o auspicare di ritornare a pedalare come i nostri idoli delle due ruote, è sbagliato; si rischia di non rispettare la corretta fisiologia umana insultando ulteriormente muscoli e zone perilesionali che rallenterebbero la guarigione.

Il processo riparativo dei traumi ossei, nella maggior parte dei casi, ci si augura volga a termine con successo (con o senza intervento). Ma quando, nei casi più sfortunati, subentrano difetti di consolidazione o perdite di sostanza ossea, possono verificarsi dismetrie tali da non poter permettere il ritorno all’attività sportiva, causando non pochi problemi posturali quindi biomeccanici.

Per questo è importante affidarsi al chirurgo e attenersi ai tempi di recupero che questo consiglia.

Massa muscolare (perderai i muscoli)

Fratturarsi significa non solo interrompere la continuità dell’osso ma anche perdere parecchia massa muscolare che serve sia alla cinematica articolare che al sostegno dell’impalcatura stessa dello scheletro.

La perdita di massa (muscoli striati) scientificamente prende il nome di atrofia. La diminuzione progressiva della massa muscolare è una possibile complicanza dovuta ad una ridotta stimolazione funzionale, inattività prolungata, scarsa ossigenazione e vari danni strutturali tipici dello stop da frattura( applicazioni di gesso, fasciature o interventi chirurgici).

Se un muscolo resta inattivo per un lungo periodo di tempo, interviene una decomposizione delle proteine contrattili e una riduzione del numero delle miofibrille e quello che ne consegue è una perdita di forza.

Più pronta sarà la mobilizzazione post-trauma più precoci saranno la guarigione ed il recupero; motivo per il quale uno sportivo professionista non può permettersi periodi di inattività prolungata.

Il recupero può essere migliorato e facilitato da elettrostimolazioni, massoterapia e lavori mirati per i singoli gruppi muscolari.

La tua biomeccanica può essere modificata per sempre

Non bisogna essere negativi, ma bisogna esser consapevoli del trauma al quale si è incorsi e bisogna esser a conoscenza dei propri limiti fisici per poter attuare un eventuale recupero quindi un miglioramento o, nella peggiore delle ipotesi, prepararsi ad un eventuale cambio posturale o all’insorgenza di dolori e fastidi ai quali non eravamo abituati prima di farci male. Potrebbe quindi servirci un riposizionamento in sella da parte del biomeccanico o semplicemente piccoli aggiustamenti ai pedali o al manubrio per ritornare ad una pedalata fluida ed efficace.

I lunghi recuperi sono psicologicamente difficili

Il lato psicologico del trauma è forse uno dei più importanti da considerare soprattutto dopo la chirurgia. Quando dico ai pazienti che riprenderanno a pedalare dopo qualche mese a volte scoppiano a piangere. Anche dopo averli tranquillizzati sulla buona riuscita del trattamento chirurgico, la prima domanda che ci pongono è “Dottore ma quando potrò tornare in sella?”.

Per chi è abituato alla propria routine sportiva e al proprio modo di svolgere attività fisica porre dei limiti fisici è inizialmente inaccettabile.

Non pochi sportivi hanno confessato di aver trascorso periodi di depressione dopo l’infortunio in quanto si ponevano il tipico dubbio del “Ma io tornerò mai come prima?”. In questi casi un supporto psicologico andrebbe considerato per poter recuperare il più velocemente possibile.

Conclusioni

I traumi nel ciclismo rappresentano un evento poco gradevole dal punto di vista fisico ma altrettanto da quello psicologico, sia per chi fa il giretto domenicale con gli amici, che per quelli che alzano la coppa in qualche tappa professionistica.

Procurarsi una frattura significa cessare la propria attività per più o meno tempo in base al pattern. Indossare protezioni – come casco, guanti e indumenti tecnici vari – preserva sicuramente la nostra salute.

Qualora ci si procuri una frattura tale da essere operata bisogna innanzitutto affidarsi a professionisti, quindi a centri traumatologici specializzati, per poter ripristinare quanto più possibile la continuità ossea e la superficie articolare quindi evitare il più possibile di incorrere in artrosi post-traumatiche e deficit vari; è altrettanto importante seguire il corretto programma riabilitativo ed affidarsi a fisioterapisti professionisti e  non per ultimo cercare, qualora fosse necessario, quel giusto supporto psicologico per una ripresa più pronta ed un ritorno in bici più piacevole e motivato.

Ricordiamoci inoltre che ognuno di noi è una fantastica macchina biomeccanica con caratteristiche uniche non paragonabili a nessun altro individuo; pretendere o richiedere guarigioni improbabili paragonandoci agli altri non ha senso. La medicina rimane una scienza non esatta ma che ci può aiutare laddove il fisico ne dovesse aver bisogno.

Se qualcuno di non appassionato si dovesse chiedere chi sono i ciclisti la risposta l’ha data Geraint Thomas. Ha scalato l’Etna con il bacino fratturato.

Buone pedalate a tutti.

Corso correlato

Alimentazione ottimale per il ciclismo
149 75
Acquista
Allenamento Ottimale per il Ciclismo
149 75
Acquista
Lascia un commento

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi il meglio della settimana via mail.

Iscriviti