Cominciare dalla fine

28 Novembre 2013

Questo intervento nasce come interlocuzione a quelli di Paolo Pinzuti e Rota Fixa sulla necessità o meno di una manifestazione a Bologna e di una successiva “fase congressuale” del movimento Salvaiciclisti. Tuttavia non esporrà argomenti a favore o contro tale iniziativa, tenterò invece un’analisi di contesto per dimostrare come i passaggi necessari per lo sviluppo del movimento stiano quasi interamente al di fuori di un’iniziativa estemporanea, in qualunque maniera si decida di realizzarla.

Salvaiciclisti ha vissuto momenti di grande visibilità nazionale, nei passati due anni, oltre ad un grande e continuo lavoro a livello locale, ove più, ove meno. Roma in questo si è distinta rispetto al resto del tessuto italiano, a causa della forte e determinata presenza di ciclisti quotidianamente alle prese con una tra le realtà urbanisticamente più difficili. Bologna, Milano, Napoli ed altre realtà hanno fatto la loro parte, ma è mancato, a mio avviso, un canale di comunicazione funzionale e capillare col territorio diffuso, in grado sia di trasmettere i metodi delle iniziative riuscite, sia di valorizzare i risultati conseguiti in contesti “a bassa visibilità”.

Tutto questo in una situazione di volontaria ed intenzionale destrutturazione, intesa sia in termini di mancanza di referenti immediatamente identificabili, sia di modalità condivise di relazionamento. Un modus operandi che non ha dimostrato ovunque una eguale efficacia, dipendendo molto dall’esperienza maturata dai singoli in pregresse realtà “destrutturate”, prima fra tutte la Critical Mass. Destrutturazione che ha, per altri versi, costituito una componente fondamentale nel successo di molte iniziative, prime fra tutte gli ormai famosi “flash-mob”.

Destrutturazione che, secondo alcuni, si sta rivelando un limite, soprattutto per le realtà più disperse, ed è quindi giunto il momento di strutturare il movimento e darsi modalità di relazionamento meno caotiche. Credo che questa impostazione sia condivisa dai più, seppur con idee molto diverse riguardo al grado di strutturazione. Provenendo da un passato di militanza sia in realtà fortemente strutturate che in altre totalmente “free”, penso di avere ben chiari i pro e i contro di entrambe le opzioni.

Ma una cosa che ho altrettanto ben chiara è che sarebbe sciocco, con i mezzi che le tecnologie informatiche ci offrono, pensare di concentrare la definizione di un problema di tale portata all’interno di un contenitore estemporaneo come può essere un congresso. Quella può, semmai, rappresentare l’occasione decisionale, non uno spazio dibattimentale aperto che può benissimo produrre scontri tra punti di vista differenti e concludersi con un nulla di fatto, rimandando la soluzione del problema alle calende greche.

Pertanto scontrarsi su “Bologna sì – Bologna no” è sostanzialmente inutile, dal mio punto di vista, come pure lo è pensare di delegare ad una decisione collettiva la nascita di una strutturazione riguardo alla quale nessuno/a ha ad oggi un’idea precisa. Occorre prima una fase di elaborazione, risolvere questioni sostanziali (tipo di struttura, vincoli, obiettivi e fonti di finanziamento su tutte), quindi pervenire ad un modello che soddisfi una varietà di intelligenze che ci avranno lavorato apportando ad esso le proprie esperienze.

Serve quindi organizzare, a monte, un lavoro di squadra. Serve mettere in rete, e attraverso la rete, un team di cervelli interessati ad elaborare un nuovo modello di movimento, valutando per step successivi se estendere ulteriormente il nucleo elaborativo iniziale a competenze diverse. Il compito di questo gruppo di lavoro sarà valutare pro e contro delle diverse opportunità e confezionare la struttura più confacente alla realtà in divenire di Salvaiciclisti.

Solo a quel punto, forti di un’idea concreta e ben strutturata, passerei a sottoporla al vaglio di un eventuale “congresso”, ponendo la questione nei termini di: “abbiamo messo al lavoro le teste pensanti del movimento e quello che ci propongono ha assunto questa forma, decidete se vi piace e siete disponibili a diventare questa cosa nuova, o se preferite rimanere quello che siete stati fin qui”.

Questo, indipendentemente da data e luogo, è a mio parere il percorso da seguire se si vuole conseguire un risultato concreto. Se invece l’idea è di “discutere” per qualche ora, senza alcuna garanzia di giungere a delle conclusioni, col rischio di doversi dare appuntamento dopo altri mesi in condizioni analoghe, l’unico parallelo che mi viene in mente è una vecchia pubblicità televisiva con Sabrina Ferilli che esclama: “Quanto ce piace de chiacchierà!”

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