Siamo nati per muoverci?

16 Novembre 2020

Siamo nati per muoverci?

Molto spesso ho sentito questa frase, nei video di vari esperti del settore medico, sui libri di allenamento che ho letto, nei vari blog sull’attività fisica. Siamo nati per muoverci.

Nati per muoverci

Eppure questa frase stride tantissimo con la mia esperienza personale. Essendo un bambino con l’ADHD (sindrome dell’iperattività e del deficit attentivo) nei primi anni ’90, venivo sempre ripreso e sgridato dalle maestre. Mia mamma veniva convocata ogni giorno per un colloquio. “Suo figlio è intelligente ma non sa stare fermo”.

La mia tendenza a muovermi era vista come una cosa negativa, da limitare, da eliminare e, ogni volta che provavo l’impulso di muovermi, venivo biasimato con frasi del tipo “non ti impegni abbastanza”. I miei compagni più passivi erano invece elevati a modelli, quelli che per 5 ore riuscivano a stare seduti al banco mi venivano indicati come “quelli da cui devi imparare a comportarti”. Sin da allora mi sono sempre chiesto: il movimento è una cosa così sbagliata? Perché la voglia di muovere il mio corpo è una pulsione che devo reprimere?

Siamo nati per muoverci? Torniamo alle origini

Tra le popolazioni indigene più studiate al mondo ci sono gli Hanza, una tribù di cacciatori-raccoglitori africani. Gli studiosi li hanno valutati in ogni modo possibile, per vedere come vivevano i nostri antenati. Ciò che emerso dagli studi sugli Hanza è che in realtà l’attività fisica che questa tribù mette in atto ogni giorno non è così elevata come ci si aspetti: passano tre-quattro ore in movimento ogni giorno ma svolgono per lo più compiti che richiedono un’intensità blanda. In sostanza camminano, ogni tanto corrono e spesso lavorano la terra ma (e questo ha stupito i ricercatori) lo fanno da seduti.

Queste scoperte hanno messo in crisi l’idea dell’atleta selvaggio, quell’immagine mitizzata di esseri umani che, vivendo incontaminati dalla società moderna, hanno mantenuto intatta la spinta al movimento che è propria dell’essere umano. La realtà è ben diversa e farà poco piacere a moltissimi guru del fitness.

Il nostro organismo è un sistema votato alla sopravvivenza e vi è un desiderio cablato profondamente nel nostro animo: spendere la minor energia possibile. Vi sono cinque modalità in cui possiamo spendere energia:

  • crescere
  • mantenere il nostro organismo in equilibrio (omeostasi)
  • riprodurci
  • digerire il cibo
  • fare attività fisica

Ogni momento della nostra vita il nostro organismo deve decidere in quale di queste cinque modalità destinare l’energia. Il problema è che questo schema di riduzione del consumo calorico si è evoluto in milioni di anni di scarsezza di energia disponibile. Eravamo ominidi preistorici che vagavano nella savana, esposti ai predatori e senza la certezza di un pasto entro sera, per cui dovevamo fare in modo di risparmiare la maggior energia possibile.

Nati per muoverci

Il vero problema non è quindi il fatto che oggi, nel mondo industrializzato, ci muoviamo poco e male. Il nocciolo della questione è che ora vi è un surplus di energia, sotto forma di cibo, che non è mai esistito nella storia dell’uomo. Per cui, se è vero che nel nostro profondo, nel DNA che tutti noi abbiamo all’interno delle cellule, non siamo realmente nati per muoverci ma per risparmiare energia, ora abbiamo la necessità impellente (tanto da diventare un problema socio-sanitario) di muoverci per combattere il surplus calorico, una situazione per la quale il nostro organismo è impreparato.

Infatti gli antropologi e i biologi evoluzionisti parlano di “mismatch evolutivo”, cioè di una situazione attuale che è totalmente disallineata con quella nella quale il nostro corpo si è evoluto e ha affinato gli schemi per la sopravvivenza.

Per questo, anche se nel profondo fare attività fisica non è una cosa per la quale siamo portati (nessun Homo Sapiens nel Neolitico si sarebbe alzato al mattino per correre giusto per “stare in forma”), dobbiamo in tutti modi cercare di muoverci per non soccombere al mismatch evolutivo attuale.

Muoverci per diventare più forti?

Milone di Crotone era un pancraziaste dell’antichità. Il pancrazio è una sorta di arte marziale mista dell’antica Grecia, ma molto più violenta. I combattimenti spesso finivano con la morte o l’infortunio grave di uno dei due combattenti ed erano permessi tantissimi colpi che oggi sono vietati e considerati criminali. Un pancraziaste quindi doveva essere intelligente, resistente ma soprattutto doveva essere forte, più forte dell’avversario. Per questo Milone decise di allenarsi in maniera diversa: ogni mattina si caricava un vitello sulle spalle e usciva per una camminata fuori Crotone. Ogni giorno il vitello cresceva e Milone diventava sempre più forte, fino a essere in grado di sollevare un toro e vincere ben 4 edizioni dei Giochi Olimpici dell’antichità.

Milone, attraverso il movimento, è diventato più forte. E come lui milioni di persone che, nella storia dell’umanità, muovendo il proprio corpo lo hanno reso più forte, più resistente e più funzionale.

All’inizio del 1800 il tedesco Friedrich Jahn concepì la ginnastica (così come noi la conosciamo oggi) come mezzo per irrobustire la gioventù tedesca malnutrita, rachitica e indebolita dalle invasioni napoleoniche. Nel 1910 il francese Georges Hebert fondò il “movimento naturale”, un metodo di educazione fisica volto a rinforzare il corpo dei francesi, già fiaccati dalle modernità incombenti. “Essere forti per essere utili”, era il suo motto. Tutte le esperienze nel corso dei secoli hanno sfruttato il movimento come mezzo per rinforzare il corpo, renderlo più resistente e vigoroso, allungando così la vita dell’individuo che si sottopone regolarmente a esercizio.

Nati per muoverci

Milone, Jahn ed Hebert conoscevano la relazione causa effetto tra movimento e rafforzamento fisico in maniera empirica, oggi noi ne conosciamo la relazione anche dal lato scientifico.

Negli anni ’30 l’endocrinologo Hans Selye effettuò degli studi sullo stress e scoprì che qualunque evento esterno (detto stressor) che disturba il nostro equilibrio provoca una reazione nel nostro organismo. E che il movimento è uno stressor, che provoca una risposta nell’organismo, definita adattamento.

L’adattamento è la modifica migliorativa delle strutture del nostro corpo in seguito all’evento stressante che è il movimento. Se camminiamo, corriamo, pedaliamo o solleviamo pesi, il nostro organismo vedrà quella situazione come potenzialmente dannosa per sé e quindi attuerà delle modifiche affinché possa affrontarla al meglio. Il calibro dei vasi sanguigni aumenta, i muscoli diventano più grossi, le ossa si rafforzano, il cuore diventa ipertrofico, i tendini diventano più resistenti allo stress.

Il movimento quindi non è un aspetto “naturale”, poiché il nostro organismo lo vive come uno stress e quindi deve effettuare una risposta adeguata. Noi oggi usiamo questo schema a nostro vantaggio per diventare atleti e migliorare la nostra forma fisica ma a livello profondo il nostro corpo vuole evitare il movimento per non incappare nel dolore e nello stress eccessivo.

Siamo naturali atleti di resistenza?

Siamo nel 10.000 A.C.

Un gruppo di 5 Homo Sapiens sta cacciando nella radura. L’obiettivo della caccia è una gazzella, che è estremamente più veloce di loro. Ma questi Homo hanno un’arma che la gazzella non ha. Appena li vede l’animale scatta e scappa nel folto della savana, per poi sedersi e riposarsi. Gli Homo Sapiens però iniziano a correrle incontro e così la gazzella deve sollevarsi e scappare nuovamente. È più stanca e accaldata (siamo sotto il sole africano) e così si sdraia per prendere fiato. Gli Homo Sapiens però non le danno scampo e la raggiungono. La gazzella si solleva stancamente sulle gambe, poi effettua uno scatto ma stramazza al suolo. Gli Homo Sapiens le sono sopra e la finiscono con i bastoni.

Perché la gazzella è stramazzata al suolo mentre gli Homo Sapiens sono riusciti a resistere alla calura? Secondo i biologi evoluzionisti, le ragioni sono sostanzialmente due. La prima è data dalla termoregolazione, ovvero dalla capacità di mantenere la corretta temperatura con la sudorazione. Si tratta di una capacità che gli Homo Sapiens hanno sviluppato nel tempo: hanno perso la pelliccia e si sono sviluppate numerose ghiandole, che hanno lo scopo di emettere acqua sulla pelle per mantenere la corretta temperatura interna, un sistema che la gazzella non ha. Il secondo sta nella differenza di movimento: la gazzella si muove con scatti rapidi, che aumentano la temperatura corporea e possono essere sostenuti per poco tempo. Gli Homo Sapiens sono lenti ma inesorabili: hanno modellato il proprio corpo per correre e camminare a bassa intensità per ore e così seguire inesorabilmente le tracce delle prede affaticate.

Nati per muoverci

Questa teoria, che definisce gli essere umani come naturali atleti di resistenza, è apparsa un decennio fa e ha dato la spinta a una rinascita minimalista nel mondo del running. Ma non solo: ha messo in questione un aspetto importante della nostra evoluzione: siamo nati per muoverci? E se lo siamo, per cosa siamo portati?

Rispetto agli altri animali, noi esseri umani siamo inferiori a livello fisico. Non siamo veloci, non siamo forti, non sappiamo arrampicare, non sappiamo scagliare oggetti a lunga distanza, non sappiamo nuotare a lungo né saltare in alto. Ma sappiamo fare una cosa che ci distingue dagli animali: correre e camminare a bassa intensità per ore.

Se c’è un movimento davvero naturale, per il quale siamo portati, quello è l’attività aerobica di resistenza.

Il movimento è esperienza

Intervistato dalla tv americana per parlare del proprio allenamento, Bruce Lee disse che la pratica delle arti marziali per lui aveva il significato e lo scopo di esprimere sé stesso. Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire con quella frase, fino a quando non ho iniziato ad allenarmi con serietà e mi sono laureato in scienze motorie.

All’esame di fisiologia scoprii che noi non viviamo la realtà, noi la percepiamo. Al nostro cervello giungono continuamente afferenze dai recettori sensoriali in periferia. Afferenze che non sono altro che messaggi sulla pressione, la temperatura, la contrazione muscolare, il dolore, il livello di infiammazione, che avvengono in tutto il corpo.

Il nostro cervello elabora queste informazioni e utilizza quelle che reputa utili e dimentica quelle che reputa inutili. Un esempio su tutti è il dolore: il livello di dolore che proviamo non è correlato con l’entità reale del danno bensì dipende da quanto il cervello reputi importante tale danno. Possiamo avere mal di schiena senza alcun danno strutturale e non soffrirne e avere tre ernie espulse.

Nati per muoverci

Se quindi è vero che noi la realtà la percepiamo e non la viviamo, come possiamo percepirla in modo più profondo? Attraverso il movimento. Quando mi muovo, pedalo, esco a correre, sollevo pesi, entro in uno stato di consapevolezza più accentuato. Tale stato è spesso definito in modo differente. In tempi antichi veniva chiamato “orgasmos”, e identificava la consapevolezza prima della battaglia o dell’agone in palestra. Nel medioevo veniva definito come una sorta di estasi, che avvicina maggiormente al Creatore. I samurai lo definirono come “mushin”, ovvero mente senza catene, una mente lucida e reattiva. Nel secolo scorso uno psicologo ungherese definì questo stato come “flow”, una situazione in cui la mente è più acuta e presente.

E quando sono nel flow dell’esercizio, cosa imparo? Apprendo sempre più su me stesso, sulle mie capacità. Esattamente come sosteneva Bruce Lee, nel movimento io esprimo me stesso: le mie capacità motorie di forza, resistenza, equilibrio, ritmo, differenziazione cinestesica, stabilizzazione articolare si palesano con i loro limiti. E grazie allo stato di flow determinato dal movimento divento più consapevole delle mie capacità e dei miei limiti. E questo mi permette di conoscere me stesso in maniera più approfondita.

Quindi il movimento è la chiave che apre la porta di una consapevolezza più profonda, che parte da una mente attenta e da un corpo che risponde di conseguenza, con tutte le afferenze che raggiungono il cervello e vengono elaborate, permettendo di scoprire una nuova realtà.

Siamo nati per muoverci o per allenarci?

In Bikeitalia ci occupiamo di visite biomeccaniche dal 2015. In questi anni più di 850 atleti sono passati dal nostro studio di Monza. Questa ci ha permesso di confrontarci con una realtà molto stridente, che può essere letta sotto la luce del mismatch evolutivo. Numerosi ciclisti sono ottimi atleti ma pessimi esseri umani. Mi spiego meglio: hanno un corpo, una resistenza aerobica, una muscolatura e una capacità motoria estremamente adatta a pedalare ma appena devono effettuare un movimento molto semplice, come un’accovacciata profonda, diventano goffi, maldestri, perdono equilibrio, hanno dolori dopo pochi secondi.

Questa esperienza così stridente mi ha fatto chiedere più volte: ciò di cui abbiamo bisogno è il movimento oppure di allenamento? Non fraintendetemi: io amo andare in bici e penso che le biciclette siano lo strumento per rifondare una società più sana, equilibrata e felice. Ma spesso mi domando se sia giusto specializzare il corpo in maniera così estrema, tanto da renderlo capace di effettuare un gesto motorio specifico ma incapace di realizzare un movimento molto semplice.

La risposta mi è arrivata osservando il mio bambino. Ho la fortuna di essere il papà di un bimbo sano, che condivide con me la pulsione per il movimento. Ho visto, in questi 4 anni, l’evoluzione del suo movimento e del modo di realizzarlo. Fabio (questo il suo nome) riesce a giocare in squat profondo per ore senza problemi (posizione che un ciclista medio non riesce a mantenere per più di 20 secondi). Riesce a saltare con facilità e atterrare sfruttando il suo corpo come un vero elastico. Passa molto tempo per terra, seduto in posizione yogica o spostandosi su 4 appoggi. Il suo movimento è privo di sforzo, fluido e naturale.

Nati per muoverci

Se quindi la nostra essenza è quella di muoverci, in modo completo e senza limitazioni, appare così stridente il mistmatch evolutivo moderno: il movimento è stato industrializzato, inquadrato, codificato e specializzato. Abbiamo creato ambienti dove realizziamo movimenti che non hanno alcun riferimento nella realtà (chi di voi esegue una leg extension nella vita reale?), abbiamo creato una specializzazione estrema, dove dobbiamo compiere solo i movimenti specifici dello sport praticato. Non siamo più esseri umani, siamo calciatori, ciclisti, runner, ognuno di noi convinto che il proprio sport sia più completo e migliore degli altri, senza aver capito che lo sport è solo una parte delle reali capacità di movimento dell’essere umano.

Per cui è vero, siamo nati per muoverci. Ma come lo stiamo facendo è eccessivamente indottrinato, schematizzato, industrializzato e spesso con un fine che non è nemmeno funzionale alla vita di tutti i giorni (un esempio su tutti? Il Body Building, dove si allena il corpo solo a fini estetici, senza alcuna ricaduta sulle capacità motorie reali).

Concludendo

Quindi, siamo nati per muoverci? Sono io quello strano, quello che sente il bisogno di muoversi continuamente per colpa della ADHD o semplicemente la mia è solo una pulsione che è rimasta più in superficie, mentre nel resto della popolazione viene gestita in modo migliore?

La risposta è sì, siamo nati per muoverci. Ma c’è un aspetto che deluderà moltissime persone (anche io ho avuto bisogno di tempo per digerire la questione): siamo nati per muoverci ma non siamo nati per allenarci. È una sottile differenza che però mette in discussione tutto il mondo del fitness odierno. Il nostro corpo ha bisogno del movimento quanto dell’acqua, del riposo o del cibo. Siamo specializzati nelle attività aerobiche di resistenza, come camminare, correre (e anche pedalare) per ore o giorni. Ma il nostro organismo non ha bisogno della specializzazione estrema bensì del movimento più generico possibile, che permetta uno sviluppo globale dell’individuo, a livello fisico, mentale e spirituale.

Con questo non voglio dire che allenarsi in bici sia sbagliato, tutt’altro. È che però è comunque un aspetto del nostro mismatch evolutivo. Per cui, ogni tanto, sarebbe bello smettere di pensare di essere solo ciclisti e muoversi come esseri umani: camminare a quattro zampe, arrampicare, saltare, afferrare. Grazie a questi movimenti possiamo vivere un’esperienza (e una vita) più profonda e più piena.

Senza dimenticare il principio del transfer: i gesti specifici migliorano anche quando si allenano solo quelli generali. Perché il nostro corpo non ragiona per muscoli, ragiona per movimenti. Il che è normale, se ci pensiamo un attimo: perché mai un ciclista non dovrebbe migliorare la pedalata se allena lo squat?

Se siamo nati per muoverci, ogni movimento che compiamo è un passo verso il miglioramento di tutte le nostre qualità: fisiche, mentali e spirituali.

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