Mercato bici: dopo il boom è arrivata la crisi?

1 Luglio 2022

Chiunque abbia mai messo le terga su una bicicletta sa bene che dopo la salita arriva sempre la discesa, esattamente come chiunque abbia mai alzato il gomito sa bene che dopo una sbronza arriva necessariamente il mal di testa.

È quello che sta succedendo al settore della bici che, dopo un formidabile 2020 che ha polverizzato ogni record di vendite (in Italia come anche nel resto del mondo) e un 2021 in linea con l’anno precedente, il 2022 sembra a mostrare i primi segni di normalizzazione del mercato che porta con sé una serie di implicazioni che destano una alcune forme di preoccupazione.

Per noi che ci occupiamo di fare informazione sul settore, l’andamento delle vendite è sempre un sorvegliato speciale ed è da diverse settimane che registriamo un crescente livello di scontento da parte di distributori di componenti e di biciclette che raccontano di negozi in cui la coda dei clienti è solamente un ricordo dei tempi che furono.

Ma alle voci di corridoio spesso seguono i fatti: la settimana scorsa il colosso britannico Tandem Group (produttore e distributore di biciclette di bassa-media gamma) ha registrato un forte colpo di assestamento al valore delle proprie azioni alla borsa di Londra. Dopo aver sostituito il proprio CEO, l’azienda ha pubblicato i dati di vendita (-55%) che, essendo in forte calo rispetto alle aspettative del mercato, ha portato il titolo a perdere il 25% del proprio valore nell’arco di poche ore.

Grafico del crollo azionario di Tandem Group alla borsa di Londra

Una situazione complessa

In qualche modo era quindi inevitabile che a seguito del boom arrivasse una contrazione, ma qui siamo di fronte a una situazione inedita da cui non si sa realmente cosa aspettarsi: se la pandemia di Covid ha portato a un’esplosione della domanda di biciclette in tutto il mondo, questa ha altresì comportato un blocco delle fabbriche e, quindi delle filiere produttive.

L’industria della bici ha quindi tentato affannosamente tentato di andare a compensare l’eccesso di domanda ma, complice la mancanza di materie prime, si è ritrovata nell’impossibilità di far fronte alla situazione lasciando molti consumatori a bocca asciutta. E, come da manuale di economia, quando sul mercato si verifica un eccesso di domanda, l’offerta si adatta aumentando i prezzi per massimizzare il proprio beneficio mentre, nel frattempo, investe i proventi per ampliare la produzione o rilocalizzarla.

I danni alla filiera

In presenza di shock di mercato, però, c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde. Se chi vince sono i grossi gruppi industriali, chi perde sono – come sempre – gli ultimi anelli della catena di distribuzione del valore, ovvero i negozianti che, in molti casi non sanno più dove sbattere la testa.

Il commerciante medio, infatti, si è ritrovato a vivere una serie di situazioni impreviste caratterizzate da euforia e disperazione che potremmo così riassumere:

  • autunno 2019: c’è preoccupazione nell’aria per l’andamento delle vendite in costante calo. I negozianti sono timidi nelle ordinazioni in vista di una primavera poco performante. Noi di Bikeitalia proponiamo all’allora ministro dell’ambiente un sostegno all’industry mutuando il modello inglese.
  • primavera 2020: con l’arrivo del Covid-19 i negozi di biciclette italiani restano chiusi mentre nel resto d’Europa possono continuare ad operare. Nel resto d’Europa i negozi vengono presi da assalto e i negozianti ordinano un refill. In Italia i negozianti, chiusi, cancellano gli ordini già effettuati per minimizzare il rischio di ritrovarsi con montagne di invenduto a magazzino.
  • estate 2020: la riapertura dei negozi di biciclette fa iniziare l’assalto potenziato ulteriormente dal varo degli incentivi all’acquisto di biciclette e monopattini. Come risultato, i negozianti immettono nuovi ordini sul mercato, ma ormai le scorte di biciclette e accessori sono state già accaparrate dagli altri mercati europei. Le aziende produttrici in Cina e a Taiwan sono, però, ferme e non producono né spediscono.
  • autunno 2020: i negozianti italiani hanno venduto qualunque cosa avesse le ruote e continuano a immettere ordini nel mercato perché, nel frattempo hanno incassato anticipi per biciclette che sono ormai introvabili.
  • primavera 2021: arrivano alcuni modelli ordinati, ma i componenti sono scarsi, alcune consegne continuano a ritardare; i clienti sono curiosi, continua l’onda lunga degli incentivi e del post-Covid, negozianti in alcuni casi scommettono sull’ulteriore sviluppo e si indebitano per effettuare nuovi ordini. Si fronte a costi sempre più elevati, i produttori aumentano i prezzi dei prodotti. Le consegne di bici e componenti possono arrivare anche a 18 mesi.
  • estate 2021: continuano a volare le vendite.
  • inverno 2021: continuano i lockdown in Cina che continuano a ritardare le consegne, inizia la guerra in Ucraina ed esplodono i prezzi delle materie prime, arrivano alcune consegne di prodotti, la componentistica è ancora in ritardo, ma i tempi di consegna sono scesi a 6 mesi.
  • primavera 2022: le bici nei negozi iniziano a esserci e a prezzi più alti, ma i clienti iniziano a scarseggiare. Alcuni negozianti cancellano gli ordini effettuati, altri continuano a scommettere sulla crescita del settore facendo ricorso al credito. I tempi di consegna di alcuni brand continua comunque a superare i 12 mesi.

In generale, comunque, a trainare il mercato continuano a essere le ebike (probabilmente per quelli che si avvicinano per la prima volta al mondo della bici), mentre le biciclette tradizionali soffrono un po’ di più (probabilmente perché chi possiede già una bici, in uno scenario di incertezza economica, decide di tenersela e continuare a utilizzarla).

Chi vince e chi perde

In questa lotteria in cui è difficile prevedere il futuro, alcuni commercianti si ritrovano sovraesposti nei confronti delle banche e il rischio è che se non dovessero riuscire a vendere quanto previsto, si ritroverebbero nella condizione di riuscire a onorare i prestiti.

Chiaramente però la situazione non è uguale per tutti e anche in questa situazione ci sono vincitori e vinti che potremmo in genere riassumere come segue:

Le officine (coloro che si occupano esclusivamente della riparazione delle biciclette e non vendono) sono quelli che se la passano meglio: in un mercato in cui le vendite sono in contrazione, le riparazioni fanno la parte del leone e il lavoro, quindi, non manca. Ciò che manca sono i pezzi di ricambio, certo, ma la manodopera si vende bene e la tendenza è di puntare più alla riparazione del riparabile, invece che optare per la sostituzione dei pezzi. Poiché gli investimenti in magazzino sono estremamente contenuti, l’esposizione al credito è minima.

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I piccoli commercianti sono quelli che destano maggiori preoccupazioni: avendo una scarsa capacità finanziaria non riescono ad affrontare con serenità la situazione perché tutti vogliono le ebike (che però richiede grande disponibilità economica di pre-ordine) e le biciclette muscolari restano in vetrina più del previsto. Se non riescono a rientrare dell’indebitamento saranno i primi a saltare, ma prima di saltare svaccheranno i prezzi per recuperare il recuperabile innescando una guerra commerciale senza vincitori.

I grandi commercianti, quelli con le spalle grosse da un punto di vista finanziario, riusciranno a far fronte alla situazione assorbendo il colpo nel breve periodo per poi, superata la tempesta, affrontare il mercato una volta che questo si sarà stabilizzato.

La domanda è, però, quando il mercato tornerà a crescere.

I dubbi sul futuro del settore

Nessuno ha la palla di vetro per prevedere il futuro, ma possiamo studiare il passato per avere delle indicazioni. Il punto di riferimento può essere il 2009, quando il Ministero dell’Ambiente, presieduto da Stefania Pestigiacomo, erogò incentivi dedicati all’acquisto di biciclette per un valore di 8 milioni di euro.

Come si può vedere dal grafico sottostante della Federazione dell’Industria Europea della Bicicletta (CONEBI), grazie agli incentivi, le vendite in Italia subirono un aumento di vendite del 4,5% per poi iniziare una serie triennale di contrazioni delle vendite che portarono a una riduzione nel 2010 di quasi il 15%. Le vendite ricominciarono a salire solamente nel 2013.

Andamento vendite biciclette Italia dal 2000 al 2014
Andamento delle vendite di bici in Italia dal 2000 al 2014. Fonte dati: CONEBI

Questo avveniva in un periodo privo di shock di mercato, di disponibilità di biciclette e materie prime, di inflazione pressoché nulla e di crescita economica generalizzata.

Oggi la situazione è molto differente: se nel 2009 lo stato aveva messo a disposizione 8 milioni di euro, nel 2020 la disponibilità è stata di 202 milioni di euro e la vendita di biciclette non è aumentata del 4,4% come nel 2009, ma del 17% e, come un terremoto di grande magnitudo, rischia di creare un effetto tsunami in grado di deprimere il settore per molti anni.

Servono interventi di sostegno

Alla luce di questi dati, risulta quanto mai evidente che il settore ha bisogno di uno scivolo per attutire l’effetto tsunami ed evitare che le botteghe più o meno storiche vengano spazzate via e fagocitate dalle grandi catene di distribuzione. Tuttavia, parlando con le aziende che si occupano di produrre, distribuire e commercializzare biciclette, componenti e accessori, l’approccio sembra lo stesso degli agricoltori che, di fronte alla siccità, alzano gli occhi al cielo e sperano che piova: rassegnazione, speranza e attesa che il cielo mandi l’acqua o politiche di sostegno.

Nella migliore delle ipotesi si dà la colpa al Parlamento e al Governo di Roma che non prendono iniziative, come se si aspettassero che Draghi una mattina si svegliasse con il pensiero di dover aiutare i negozi di biciclette in difficoltà, ma di fatto nessuna azione concreta viene presa.

Eppure nel secondo dopo guerra, quando l’industria dell’auto aveva bisogno di decollare per rilanciare l’economia nazionale, questa si prodigò in notevoli pressioni sul governo per ottenere agevolazioni, ma anche per la costruzione di una rete nazionale di autostrade in cui le automobili potessero essere utilizzate propriamente.

Oggi, analogamente, l’Italia ha bisogno di uscire dalla crisi economica, dalla crisi energetica e dalla crisi climatica. La bicicletta è uno strumento in grado di agevolare questo periodo di transizione ma se non c’è nessuno che va a citofonare al Ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili per chiedere fondi e politiche per usare meglio e di più le biciclette, al Ministero dello Sviluppo Economico per chiedere agevolazioni per il settore, al Ministero delle Finanze per ridurre l’IVA sulle biciclette e quant’altro, queste cose non succederanno mai.

Le aziende che si occupano di bici oggi devono decidere se vogliono comportarsi da industria e far crescere il settore, oppure continuare a comportarsi come bottegai che pensano solamente al flusso di cassa del giorno perché di più non possono fare.

Insomma è arrivato il momento che l’industria della bici inizi a prendersi cura di sé stessa, della propria filiera e di aumentare il numero dei propri clienti, ma per farlo bisogna organizzarsi.

Commenti

37 Commenti su "Mercato bici: dopo il boom è arrivata la crisi?"

  1. Stefano ha detto:

    E’ una vergogna… Biciclette che prima costavano 3500-4000 ( reale prezzo di mercato ) ora passano anche i 6000 Euro.
    Spero che tutti gli Italiani che si sono appassionati al mondo e bike non vadano nel tranello del… non ci sono bici e i costi sono aumentati.
    È come con il GAS. Bisogna calmierare i prezzi sperando che nessuno più compri una bici spendendo così tanto. Non si capisce perché bici in stock dal 2020 e quindi già pagate dai rivenditori abbiano subito un rincaro del 40 %. Questa si chiama speculazione….
    STOP ACQUISTO EBIKE sarebbe un bel # da fare girare.

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