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Rando de Bosc, brevetto di 400 km preso: la Paris-Brest-Paris è più vicina

Riuscire nel percorso verso Parigi non è soltanto una questione di gamba, certo è molto una questione di testa, ma ci aggiungerei anche la gestione di quel sottile equilibrio tra vita privata e allenamenti.

Me ne sono accorto proprio recentemente quando ho scoperto che l’evento da 400 km al quale mi ero registrato, cercando di incastrare la data tra un impegno e l’altro e senza dover andare dall’altra parte d’Italia, si sarebbe disputato il weekend di Pasqua. Io con la Pasqua proprio non ce la faccio, ogni anno è l’unica Festività che mi sbuca all’improvviso sul calendario.
Che poi mi chiedo, da organizzatore, ma come si fa a pensare di programmare una partenza alle 18 del sabato con arrivo a chissà che ora della domenica di Pasqua?

Tutto questo mi è costato un debito nei confronti di mia moglie la quale nel momento in cui anche lei ne è venuta a conoscenza ha chiaramente detto “quando torni da Parigi dobbiamo parlare”.
Lo so, lo so, già sono fortunato che mi lasci la libertà di perseguire fino a Parigi.

In ogni caso alle ore 18 io mi trovavo a Gambettola, in provincia di Forlì-Cesena, pronto al via.
Avevo deciso di partecipare alla Rando del Bosc perché l’organizzatore in passato aveva pedalato la Rando Imperator e quando incontrai Mirco Boschetti, l’autunno scorso al meeting dell’ARI, mi regalò la maglietta del loro gruppo Randagi Bike Style e mi confidò che grazie all’Imperator aveva trovato ispirazione per mettersi ad organizzare una randonnée, rispolverando un percorso che già aveva una lunga storia nel mondo randagio e che era rimasto senza una ASD organizzatrice.

Simone Dovigo alla Rando de Bosc 400 km

A Ferrara lo diciamo spesso “la Romagna ha una marcia in più”. Il village di partenza e arrivo era disposto all’interno di una bellissima area verde e lì a due passi un Bike Park di alto livello che ospitava i servizi spogliatoio e docce. A questo Comune di poco più di 10.000 abitanti bisogna davvero fare i complimenti!

Al via eravamo in 60 e come spesso succede siamo rimasti in gruppo per i primi chilometri di pianura. Lasciata la Via Emilia, il percorso ci ha portato lungo tutta la Valle del Marecchia contornata da borghi bellissimi come Verucchio, San Leo e Pannabilli, fino a valicare l’Appennino in corrispondenza del Passo di Viamaggio. Ahimè sono rimasto a ruota di un gruppetto capitanato in salita dall’instancabile Flavio che ci ha portato al passo a un’andatura che era decisamente troppo per me. Sul momento ci pensi, lo sai che non dovresti, ma sei appena partito e ti senti pieno di energie. Questa andatura sostenuta si rivelerà presto un grande errore che avrei dovuto evitare!

In cima, dopo 75 km, era allestito il primo punto di controllo e ristoro, sotto un gazebo all’agghiaccio. Questo momento mi rimarrà a lungo nella memoria e vorrei provare a raccontarlo.

Chiudete gli occhi, immaginate di aver speso tanto, di essere completamente sudati e di essere arrivati in cima. Il vento è forte, ci sono circa 2 gradi, alcuni randonneur che partono e altri che arrivano, musica a palla. La mia primissima preoccupazione fu quella di buttarmi sul favoloso ristoro colmo di dolce e salato. Gli organizzatori erano euforici (non dimentichiamoci che era la loro primissima esperienza) nonostante fosse visibile che anche loro stessero soffrendo il freddo. A un certo punto al microfono parte un “su le maniiii… che parte un nuovo giro, dentro il gettone” che mi ha riportato un po’ indietro nel tempo.

Mangiato il necessario mi sono coperto con tutto ciò che avevo nel mio bikepacking ma durante questa manovra ho perso di vista il mio compagno Claudio, il suo cambio abito mi ha fregato e non lo riconoscevo più. Mi sembrava strano che non mi avesse aspettato, ma forse, preso dal freddo, aveva già iniziato la discesa. Un po’ sconsolato decido di non attendere oltre e lanciarmi verso valle.
Quelli sono stati i 15 minuti più duri della mia carriera “ciclistica”.

Il tremore era tanto e facevo fatica a tenere la bici in strada. Inoltre mi si erano congelate le mani e percepivo una bolla sull’indice destro, ho veramente pensato stesse andando in cancrena.
Mi è sopraggiunto un senso di panico e, sono sincero, avrei voluto ritirarmi. Perché non mi sono ritirato? Per due motivi: non c’era alcun luogo chiuso dove ritirarsi per cui se mi fossi fermato avrei rischiato di soffrire molto di più; ho pensato a tutti gli sforzi fatti, al tempo rubato alla famiglia e ho deciso che questa 400 dovevo proprio finirla.

Per fortuna la perdita di quota mi ha fatto guadagnare qualche grado centigrado e ho tirato un sospiro di sollievo a fine discesa perché Claudio era lì ad aspettarmi.

Poi la notte intera trascorsa tra Umbria e Toscana con i passaggi per Sansepolcro, Città di Castello, il Lago Trasimeno, Castiglion Fiorentino e Arezzo. Una serie di vallonati intervallati dal Valico Gosparini e il Valico la Foce, quest’ultimo ci ha regalato una suggestiva cartolina notturna delle luci di Castiglion Fiorentino.

Il secondo Check Point era posizionato al km 222 e finalmente dopo una notte da soli a zero gradi abbiamo incontrato altri randonneur, tutti con dei volti abbastanza provati. Dopo essermi rifocillato a dovere sono riuscito a chiudere gli occhi per circa dieci minuti. Siamo ripartiti in compagnia di altri randagi e da lì in avanti nonostante si andasse a ritmi leggermente diversi ogni tanto ci si incrociava.

L’ultima vera salita della giornata l’abbiamo affrontata dopo il sorgere del sole ed è stato un po’ un trascinarsi fino al Valico di Montecoronaro. Poco prima del valico siamo transitati per il terzo check point, un vero e proprio rifugio dove l’animo degli organizzatori è riuscito a fare la differenza regalando a tutti nuove energie per chiudere gli ultimi 100 km.

Ultimi chilometri quasi tutti in discesa lungo la Valle del Savio se non fosse stato per la “follia” dell’organizzatore, il quarto e ultimo check point su a Bertinoro con uno strappo al 10% al chilometro 370, e come se non bastasse sotto l’acqua con un cielo che gridava vendetta. Verrebbe subito da pensare a un gesto disumano da parte dell’organizzatore, ma poi riflettendoci bene, anche io quando organizzo lo faccio anche per far scoprire ai partecipanti quei luoghi a me cari, nella mia terra e probabilmente Bertinoro è parte di tutte le uscite di Mirco, e allora ci sta, non ringrazio ma apprezzo.

Siamo giunti sulla finish line alle ore 13:45 della domenica di Pasqua e abbiamo trovato tutta la Randagi Bike Style in festa intenti a cucinare e grigliare per regalare a noi un bel momento di convivialità.

Riprendersi da una 400 km con un dislivello positivo di quasi 4.000 metri e con la notte passata in sella non è banale, ci vuole qualche giorno per ricordarsela con lucidità e trarne degli insegnamenti.

Siccome ho faticato di più qui che lo scorso anno alla 600 km che presentava un dislivello positivo di circa 6.000 metri ho voluto capirne le motivazioni.
Lo scorso anno la 600 km era l’obiettivo di stagione per cui ero arrivato pronto al momento giusto, invece questa 400 km è da considerarsi una tappa di passaggio, un lunghissimo, non dimentichiamoci che l’obiettivo è Parigi.

Venivo da un periodo di affaticamento, dovuto prima a un raffreddore poi a una serie di influenze in famiglia che non mi hanno permesso di riposare correttamente.
Ho sbagliato ad affrontare la prima salita a un ritmo superiore alle mie possibilità. Un danno grosso trascinato per tutti i restanti chilometri.
Non penso invece di aver sbagliato l’abbigliamento nonostante il freddo, semplicemente se avessi sudato meno nella prima salita mi sarei raffreddato meno durante la prima discesa.
La partenza alle ore 18:00 sarà molto simile all’orario di partenza a Parigi, fissato per le ore 18:45. Partire con una notte in sella inevitabilmente porta verso una condizione di deficit fin dall’inizio, ma vedo poche alternative, semplicemente a Parigi si tratterà di aggiungere ancora un po’ di strada per riposarsi circa al cinquecentesimo chilometro.

Di una cosa sono certissimo, questo viaggio verso Parigi mi sta sorprendendo ed entusiasmando!

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