Alex Zanardi ci ha lasciati: l’addio al campione che ha fatto la storia dell’handbike. Il 1° maggio 2026 si è spento uno dei più grandi atleti paralimpici di sempre. Il ricordo di Bikeitalia per un uomo che ha trasformato la bicicletta in uno strumento di rinascita.
Il Primo Maggio 2026 è arrivata la notizia che il mondo dello sport temeva da tempo: Alex Zanardi è morto. Per chiunque segua le due e le tre ruote, Zanardi ha rappresentato molto più di un ex pilota di Formula 1 prestato al paraciclismo; è stato l’atleta che ha sdoganato l’handbike, portando questa disciplina sul tetto del mondo e all’attenzione del grande pubblico, con successi straordinari e una dedizione assoluta.
La seconda carriera sui pedali: da Brands Hatch a Kona
Dopo l’incidente in Formula 1 al Lausitzring nel 2001, Zanardi ha saputo reinventarsi, trovando nello sport paralimpico una nuova dimensione agonistica. Sulle pagine di Bikeitalia abbiamo celebrato a più riprese i suoi trionfi, ma c’è un’immagine che sintetizza la sua immensa parabola sportiva: le Paralimpiadi di Londra 2012.
Le gare di paraciclismo si tenevano sul circuito automobilistico di Brands Hatch. Proprio lì, su una pista che anni prima percorreva a oltre 200 km/h su quattro ruote, Alex ha trionfato spingendo sui pedali con la sola forza delle braccia. Il gesto di sollevare la sua handbike al cielo, sulla linea del traguardo, rimane una delle istantanee più potenti della storia dello sport moderno.

Non si è mai accontentato delle distanze classiche. Ha spinto l’asticella della resistenza umana partecipando più volte al massacrante Ironman delle Hawaii a Kona. Completare 3,8 km a nuoto, 180 km in handbike e 42,2 km in carrozzina olimpica in meno di 10 ore ha dimostrato al mondo intero una tenacia fisiologica e mentale senza eguali.
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Le parole che restano: il “Zanardi pensiero”
Più delle medaglie d’oro e dei titoli mondiali, Zanardi ci lascia un vocabolario nuovo per affrontare le avversità. La sua lucidità, unita a un’immensa e disarmante autoironia, è racchiusa in frasi che sono diventate una bussola per atleti e persone comuni.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era persa”. Questa sua dichiarazione riassume in modo fulmineo il suo approccio alla vita.
Ma Alex ha anche saputo spiegare in modo perfetto l’essenza della fatica e della passione per lo sport: “Ci si può drogare di cose buone… E una di queste è certamente lo sport”.
E ancora, per ricordare a tutti che il talento senza l’impegno non basta: “La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se non lo giri è sempre amaro. A fare la differenza è quanto ti dai da fare”.
L’incidente in Toscana e l’eredità di “Obiettivo3”
Abbiamo purtroppo seguito da vicino anche i momenti più bui, a partire da quel maledetto 19 giugno 2020. Durante una tappa della staffetta Obiettivo Tricolore in provincia di Siena, Zanardi rimase coinvolto in un grave incidente. In questi sei anni, la sua famiglia ha protetto la sua privacy con estrema dignità, mentre il mondo dello sport ha continuato a guardare a lui come a un simbolo di resilienza.
Oggi, il lascito più importante di Alex è senza dubbio il progetto Obiettivo3, nato per reclutare, avviare allo sport e sostenere atleti disabili, fornendo loro i mezzi – spesso molto costosi, come le handbike in carbonio – per iniziare a gareggiare e a vivere.
È attraverso iniziative pratiche come questa che la sua visione continuerà a macinare chilometri. La bicicletta, in ogni sua declinazione, è uno strumento di libertà. Alex Zanardi lo ha dimostrato in modo inequivocabile, insegnandoci a non smettere mai di girare il nostro “caffè”.
Le condoglianze di Bikeitalia
In questo momento di profondo dolore, la redazione di Bikeitalia tutta esprime le più sentite condoglianze alla moglie Daniela, al figlio Niccolò e a tutti i familiari. Il nostro pensiero va anche ai tantissimi tifosi e appassionati che, in tutti questi anni, non hanno mai smesso di sostenerlo, ricordando con gratitudine tutto ciò che Alex ha donato al mondo del ciclismo e dello sport. E la sua profonda umanità.
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