L’obbligo del casco in bici e quel presunto senso di sicurezza

31 Luglio 2018

Premessa necessaria: questo non è un articolo contro l’uso del casco in bicicletta, ma contro l’introduzione dell’obbligo di indossarlo come presidio di sicurezza stradale. Perché il casco obbligatorio per chi pedala rappresenta una risposta parziale e sbagliata a una richiesta impellente e sacrosanta, quella di rendere le strade più sicure per chi le percorre in bici. So bene di affrontare un argomento delicato, ma so altrettanto bene che se non lo facessi lascerei campo libero all’opinionismo diffuso di chi si basa sull’equazione “casco = sicurezza” e non vuole sentire ragioni, o meglio: non prende neanche in considerazione l’idea che la realtà possa essere un filo più complessa di come appare ai suoi occhi.

Il tema è molto dibattuto: qui su Bikeitalia abbiamo trattato più volte la questione “casco in bici” e non ci siamo mai tirati indietro nel manifestare il nostro pensiero né nel rispondere alle inevitabili critiche, anche aspre, da parte dei lettori. La mia posizione sul casco in bici è: no all’obbligo e sì alla libertà di scelta d’indossarlo, o meno, da parte di chi pedala. Ma soprattutto quello che mi preme sottolineare è che considerare il casco come la panacea di tutti i mali, che rende il ciclista più sicuro in assoluto, è un falso mito che non contribuisce a risolvere il problema dei ciclisti investiti e uccisi sulle strade.

Per cercare di spiegarlo in modo semplice faccio mie le parole che ha pronunciato Alessandro Tursi, vicepresidente di Fiab e vicepresidente dell’ECF (European Cyclists’ Federation), al recente convegno “Sicuri in città – Interventi per una mobilità a misura di persona” organizzato presso la Sala della Regina a Montecitorio:

La realtà può essere, come in effetti spesso è, controintuitiva: se guardiamo il Sole che sorge e tramonta possiamo pensare che giri intorno alla Terra, quando invece accade esattamente il contrario. Un altro aspetto che non si riesce a vedere se ci si focalizza solo sul casco è che i vantaggi connessi a un uso libero ed illimitato delle bici, ivi comprese quelle del bike sharing a flusso libero che stanno prendendo piede anche in tante nostre città, potrebbero venire meno se esistesse l’obbligo di indossare il casco. E la diminuzione delle bici, private e in condivisione, in circolazione porterebbe con sé anche un aumento della sedentarietà nella popolazione con conseguenze negative per la società.

Come sottolinea una recente video-inchiesta del Guardian intitolata “Perché costringere i ciclisti a indossare il casco non salverà vite”, il tema del casco in bici è molto più articolato di quanto non appaia:

In Italia amiamo distinguerci dalle nazioni ciclisticamente avanzate e, come era già accaduto nella passata legislatura, anche in questa c’è stato qualcuno che ha deciso di legare il proprio nome a una proposta di legge per l’introduzione del casco obbligatorio: ma il deputato della Lega Alberto Gusmeroli dimentica – o forse non sa – che per aumentare la sicurezza di chi pedala bisognerebbe incrementare il numero di bici sulle strade (la cosiddetta safety in numbers) e questo provvedimento andrebbe esattamente nella direzione opposta.

Anche la Fiab, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, ha precisato in più occasioni che l’obbligatorietà del casco avrebbe un effetto boomerang sulla ciclabilità in generale: continuare a insistere focalizzando l’attenzione sulla sicurezza passiva di chi pedala e non su azioni per rallentare la velocità dei mezzi a motore e rendere gli incroci più sicuri per i ciclisti – e di conseguenza per tutti – non rende un buon servizio alla causa.

Dal momento che il tema è complesso e controverso, collegare gli incidenti in bicicletta con il mancato uso del casco, come fanno molti operatori dell’informazione, è un’operazione metodologicamente scorretta che tende a suggestionare l’opinione pubblica. Forse non tutti sanno che il casco della bici, proprio per le sue caratteristiche intrinseche di costruzione e leggerezza, ha un discreto grado di protezione per le cadute accidentali a basse velocità ma il suo potere protettivo in caso di impatto ad alta velocità con un veicolo a motore è molto ridotto, quando non ininfluente. Purtroppo le cronache sono piene di notizie di ciclisti che – sebbene indossassero il casco – sono stati ugualmente investiti e uccisi da chi era alla guida di un mezzo a motore: si tratta pur sempre di un involucro di materiale plastico che pesa poche centinaia di grammi, non di un presidio salvavita.

Ormai “ma tu non indossi il casco” è diventato anche un alibi, il mantra che capita di sentire in diverse occasioni: lo dice l’automobilista che ti taglia la strada e non trova una scusa per giustificarsi quando lo riprendi al semaforo successivo; lo sbuffa chi parcheggia in doppia fila “un attimino” con le quattro frecce mentre tu glielo fai notare scartandolo a sinistra e passandogli accanto pedalando; lo scrive anche qualche giornalista – spesso di motori – nel maldestro tentativo di equiparare questa “mancanza” con quella della cintura di sicurezza in auto.

Il presunto senso di sicurezza che avrebbe l’introduzione del casco obbligatorio è puramente illusorio: chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui avrà approfondito il tema e si sarà fatto qualche domanda in più, magari mettendo in discussione le sue convinzioni. La sicurezza stradale di chi pedala è un tema che mi sta troppo a cuore per lasciarlo in balìa dell’opinione di chi crede che con il casco in testa i ciclisti siano pressoché invulnerabili mentre chi non lo indossa tutto sommato se la va a cercare. Questa è l’unica certezza che ho al riguardo.

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