La tassa sulle merendine e la nostra (distorta) percezione della salute

27 Settembre 2019

E’ notizia di pochi giorni fa dell’apertura del Governo alla possibile applicazione della tassa sulle merendine e sui dolciumi. Tale tassa non è un’invenzione dell’attuale governo bensì una sorta di consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che già nel 2017 promuoveva l’applicazione di un balzello sugli zuccheri, al fine di ridurne il consumo. Naturalmente non si è fatta attendere la levata sugli scudi di chi giudica iniqua questa tassa, che lede il libero arbitrio e le libertà fondamentali dell’individuo. Il fatto è che l’abuso degli zuccheri è diventato uno dei grandi problemi odierni e fa parte della distorta percezione della salute che gli italiani hanno sviluppato. 

tassa merendine

Non fraintendetemi, sono figlio degli anni ’80, mia madre considerava sano tutto ciò che era industriale, poiché gli alimenti “naturali”, venivano visti come poco controllati. Se la Girella avesse avuto dentro l’Eternit me l’avrebbe comprata più volentieri. Sono cresciuto nell’epoca in cui a scuola la merenda era la Fiesta con il succo di frutta nel bric, dove la frutta non esisteva e la cosa più sana era la schiacciatina con il colorante al sapor di pomodoro.

Ma tutto questo ha un costo, che va ben oltre la tassa in sé e racconta di un paese malato, vecchio e immobile. Un paese dove il 40% degli adulti sopra i 50 anni è iperteso, dove i bambini passano quasi 40 ore seduti (manco fossero impiegati), dove i ragazzini di 14 anni hanno la stessa densità ossea di donne di 65 affette da osteoporosi grave, dove ci sono 39 milioni di auto per 59 milioni di abitanti, dove ogni anno lo Stato spende 639 milioni di euro per trattare le malattie direttamente correlate alla sedentarietà.

In Italia il 92% delle persone muore di infarto, diabete, tumore respiratorio o cancro (colon o mammella). E’ L’Istat a dirlo e queste malattie hanno un impatto sui costi diretti e indiretti pari a 10 mila euro pro capite, bambini compresi. E’ questa la vera emergenza, quella di un paese ipocinetico e malato, dove l’aspettativa di vita in salute è 58 anni, la più bassa d’Europa dopo la Romania.

L’Italia della dieta mediterranea, l’Italia della bruschetta olio e pomodoro, di Mike Bongiorno che salta la staccionata in tv, l’Italia dei centenari sani che lavorano nei campi non esiste più. L’Italia di oggi non fa movimento, non fa fatica, non si mantiene in salute. I bambini mangiano più da McDonald che a casa e per me, padre di un bambino di 3 anni che inizia l’asilo, è scioccante vedere bambini di quell’età fare merenda con Coca Cola e brioche confezionata. Lo zucchero raffinato è considerato ormai come il veleno più lento che esista, che viene ingerito ogni giorno e lentamente (e silenziosamente) provoca gravi problemi di salute. E il bello è che non interessa a nessuno. Come se la nostra salute fosse barattabile con un benessere momentaneo. Come se spendere il proprio tempo tra visite, analisi e terapie fosse più giusto che spenderlo facendo attività fisica, camminando o pedalando.

E per chi si dovesse dire che la tassa sulle merendine sia iniqua, sappiate che è già stata introdotta da Norvegia, Finlandia, Ungheria, Francia, Belgio, Portogallo, Catalogna, Regno Unito e Irlanda. E che in Catalogna la tassa ha ridotto il consumo delle bevande zuccherate del 22%. E negli Usa, il paese per eccellenza dello junk food, uno studio (A penny-per-ounce tax on sugar-sweetened beverages would cut health and cost burdens of diabetes) ha valutato l’impatto che la tassa avrebbe sulla spesa pubblica: 17 miliardi di dollari in 10 anni, per via di 2,4 milioni di casi di diabete, 95.000 malattie coronariche, 8000 infarti e 26.000 morti premature evitate ogni anno.

Immaginate cosa possa fare un Governo (serio) con quei soldi. Per esempio incentivare l’uso delle biciclette, favorire la socializzazione delle persone, costruire le piste ciclabili, utilizzando la bicicletta come un vero e proprio farmaco.

Semplicemente rendendo più difficile il consumo di merendine.

Direi che è un compromesso accettabile.  

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