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Caschetto e specchietto ciclista perfetto

News, Rubriche e opinioni • di 12 Dicembre 2018

Può un caschetto arginare la strage stradale dei ciclisti investiti e uccisi nella stragrande maggioranza dei casi da chi guida un mezzo a motore distrattamente e/o superando i limiti di velocità? No, non può ma questo concetto che qui su Bikeitalia.it abbiamo tentato più volte di spiegare, interpellando i massimi esperti di bici nel mondo, evidentemente risulta ancora piuttosto ostico da assimilare, come dimostra l’ennesimo disegno di legge presentato in Senato, per la precisione il n. 826 recante “modifiche all’articolo 182 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n.285, in materia di uso del casco protettivo per i conducenti dei velocipedi” a firma della senatrice del Movimento 5 Stelle Elvira Lucia Evangelista.

Seguendo il tema della sicurezza stradale dei ciclisti da qualche tempo, ricordo che negli ultimi anni sono state presentate numerose proposte di legge per l’introduzione del casco obbligatorio e ricordo altrettanto bene che molte persone informate sui fatti hanno sempre contrastato questa risposta facile, parziale e sbagliata a un problema complesso che andrebbe risolto affrontandone compiutamente le cause, non mitigandone in modo assai marginale solo uno degli effetti. E anche in quest’ultima occasione un no forte e chiaro è arrivato da Giulietta Pagliaccio, presidente della Fiab (Federazione Italiana Amici della Bicicletta).

Ho letto con attenzione il ddl n. 826 e, a beneficio dei lettori e di chi non segue il tema così da vicino, mi è sembrato opportuno fare un doveroso fact checking e altrettante necessarie precisazioni, perché il testo riporta alcune inesattezze e mette in relazione dati di fatto con opinioni e un provvedimento di legge, qualunque esso sia, non può e non deve essere presentato sull’onda emotiva di un fatto di cronaca né basarsi su opinioni non supportate da dati.

La prima inesattezza è contenuta nel quinto capoverso, dove c’è scritto: “[…]il ciclista che si muove in bicicletta, oltre a dover rispettare una serie di norme sui dispositivi di sicurezza (specchietto, campanello, fari e indumenti catarifrangenti, previsti dal comma 9-bis e 10 dell’articolo 182 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285)”. In realtà non esiste alcun obbligo per lo specchietto e il comma 9-bis dell’articolo 182 del codice della strada recita: “Il conducente di velocipede che circola fuori dai centri abitati da mezz’ora dopo il tramonto del sole a mezz’ora prima del suo sorgere e il conducente di velocipede che circola nelle gallerie hanno l’obbligo di indossare il giubbotto o le bretelle riflettenti ad alta visibilità di cui al comma 4-ter dell’articolo 162”. Gli obblighi di campanello e fari sulla bici esistono ma sono contenuti rispettivamente nelle lettere b) e c) del comma 1 dell’articolo 68.

Scorrendo ancora nella lettura ci si imbatte nella frase-cardine del provvedimento: “[…] i ragazzini di età inferiore ai dodici anni circolano nella rete viaria senza la benché minima conoscenza del citato codice della strada, ma soprattutto senza l’uso di un caschetto protettivo omologato, che in Italia non è obbligatorio né per i minori, né per gli adulti”. Quindi la soluzione per salvare i “ragazzini” under 12 che circolano in bici sulla strada senza avere contezza delle regole (su cosa si basa questo assunto?) sarebbe quello di dotarli di un “caschetto protettivo omologato”? Davvero?

Quindi “al fine di limitare le ferite gravi alla testa e al viso dei ragazzini” la risposta secondo la senatrice Elvira Lucia Evangelista sarebbe imporre l’uso del caschetto perché “non si può più fare a meno di una vera protezione dei ciclisti minorenni anche a livello normativo”. Sono disorientato e sbalordito: minori di 12 anni e minorenni (cioè under 18) vengono utilizzati come sinonimi in un disegno di legge. Nel passaggio successivo, quando si cerca di contestualizzare il tema a livello internazionale, i dati portati a supporto della bontà del provvedimento si dimostrano incompleti e imprecisi: “[…]l’obbligatorietà del casco per i ciclisti minorenni è prevista in diversi Paesi (Spagna, Francia, Slovacchia, Finlandia, Svezia, Estonia, Malta, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Israele, Ungheria, Canada, Sud Africa, Australia, USA e Giappone)”. Ho verificato questa affermazione e le cose non stanno proprio così.

Questi 17 Paesi indicati nel disegno di legge – dal momento che gli Stati del mondo sono 206, di cui 196 riconosciuti sovrani – rappresentano meno del 10% del totale: quindi si può pacificamente affermare che più del 90% dei Paesi sulla faccia della Terra non prevede alcun obbligo in tal senso. Appare ai miei occhi molto significativo che le due nazioni ciclisticamente più avanzate al mondo – la Danimarca e l’Olanda, modelli bike friendly e fonte di ispirazione per tutti gli altri – non contemplano il casco obbligatorio per chi pedala.

Fatta questa premessa necessaria, preciso che non tutti i 17 Paesi suindicati prevedono l’obbligo del casco per i ciclisti minorenni: in Finlandia è solo consigliato (non obbligatorio); a Malta l’uso del casco protettivo è obbligatorio per i cicli a motore e per i bambini di meno di 10 anni sistemati su un sedile di sicurezza, l’obbligo per i ciclisti è stato superato; in Ungheria è obbligatorio al di fuori delle aree abitate in caso di velocità superiore a 50 km/h, quindi evidentemente l’obbligo non riguarda i minori di 12 anni ma solo i ciclisti professionisti che si allenano. Questi dati sono contenuti nel vademecum Going Abroad della Commissione Europea, che per facilità di consultazione ho scaricato in formato pdf.

Per quanto riguarda gli Stati extra-Ue mi limito a pubblicare la cartina presente su Wikimedia: in verde quelli che non prevedono alcun obbligo d’indossare il casco in bici; balza agli occhi che gli Stati Uniti e il Canada, in quanto federazioni, presentano al loro interno una varietà di posizioni notevoli sul tema, dunque affermare che negli USA e in Canada vige l’obbligo di casco per i minori è scorretto dal punto di visto metodologico, come conferma l’immagine. E su questo non aggiungo altro.

Mandatory bicycle helmet legislation

Mi sono chiesto che cosa abbia spinto la senatrice nuorese Elvira Lucia Evangelista a farsi promotrice di questo disegno di legge e le cronache locali mi hanno dato la risposta: l’8 aprile 2018 è stato pubblicato sulla Nuova Sardegna un articolo in cui si riporta la notizia che a Nuoro un 13enne in sella alla sua bici ha sceso una ripida scalinata, non indossando il casco, è caduto da solo e ha sbattuto la testa, fortunatamente riprendendosi dopo che in un primo momento le sue condizioni erano apparse gravissime.

In quello stesso articolo la senatrice Evangelista, intervistata in merito al fatto accaduto nel suo collegio elettorale affermava: “Sarà dunque mio onere intervenire affinché l’obbligo di indossare il casco in bicicletta sia inserito e approvato con la prossima riforma del codice della strada”.

Ricapitolando e ricomponendo i pezzi di questo puzzle: appare del tutto evidente che questo disegno di legge non abbia un ubi consistam, non si capisce quale sia il presunto legame tra obbligo del casco per i ciclisti minori di 12 anni e maggiore sicurezza per chi pedala. La sensazione è che la senatrice Evangelista lo abbia presentato sull’onda emotiva di un fatto di cronaca che l’ha toccata da vicino in quanto accaduto nel suo collegio elettorale: può questo tramutarsi in un disegno di legge che non tiene conto delle migliori esperienze internazionali in materia? A mio avviso no e concordo con tutte le perplessità già espresse dalla presidente della Fiab.

La proposta della senatrice pentastellata Evangelista è stata caricata sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle e gli iscritti hanno tempo fino al 2 febbraio 2019 per votare il loro gradimento e proporre modifiche. Come avevo avuto modo di commentare anche a proposito del simulatore di bici del Mit, mi sembra che questa impostazione “caschetto e specchietto ciclista perfetto” e dunque immune da incidenti se si comporta bene sia molto pericolosa, perché devia l’attenzione dalle vere cause della strage stradale.

L’introduzione del casco obbligatorio è, da sempre, un cavallo di battaglia dei produttori di caschi: non a caso proprio l’Ancma di Confindustria ha presentato il 26 giugno scorso fa un piano in 8 punti per rilanciare il settore e continua a spingere per il caschetto obbligatorio almeno per i minori di 12 anni (visto che nelle precedenti occasioni tutte le volte che qualche parlamentare ha proposto il casco obbligatorio omnibus è stato stoppato, a mio avviso giustamente).

Ritengo che la sicurezza stradale di chi pedala sia un argomento troppo serio e troppo importante per essere trattato in maniera superficiale e non tenendo in debita considerazione le migliori esperienze internazionali sul campo: ridurre il tutto a un discutibile disegno di legge sul caschetto obbligatorio per i piccoli ciclisti, come se fosse la panacea di tutti i mali della strada, è davvero una risposta parziale e sbagliata a un problema enorme che produce ogni giorno morti e feriti anche tra gli adulti. E quando a investirti è il guidatore di un mezzo a motore lanciato a forte velocità non c’è caschetto che tenga.






5 Risposte a Caschetto e specchietto ciclista perfetto

  1. Ciclista Sdraiato ha detto:

    Che dire (anzi, che scrivere) se non che sono d’accordo su ogni singola lettera di questo articolo?
    Poco tempo fa sono caduto dalla bici e mi sono lesionato una mano. Che facciamo, rendiamo obbligatorio l’uso di guanti in maglia di acciaio con tutori incorporati per tutti i ciclisti? O facciamo indossare loro cotta e armatura, magari catarifrangente? Tanto, con l’avvento dei nuovi materiali si possono fabbricare in grande serie…
    Invece di corazzare i ciclisti, sarebbe meglio che chi ha il potere di legiferare prima di tutto si documenti un po’ e in caso disarmi le proprie false certezze

  2. Leonardo ha detto:

    Completo, esauriente, convincente !
    Forse in parlamento non hanno tempo per approfondire, so’ stressati …
    Grazie.
    Leonardo
    PS: ho 50 anni, faccio 6 mila km all’anno in bici, io il casco lo metto e lo faccio mettere ai figli, non mi serve nessuna legge che mi obblighi …

  3. Luca ha detto:

    E’ incredibile, basta così poco … cioè informarsi.
    Ma a quanto pare è un’abitudine che si sta perdendo, a tutti i livelli: l’importante è ascoltare la pancia, puntare ai like.
    Complimenti per l’articolo.

    PS: anch’io come Leonardo, ho 50 anni (quasi), uso la bici per spostarmi in città, uso il casco e lo faccio usare ai miei figli, ma è una mia scelta

  4. Alberico ha detto:

    Ho 66 anni e sono appena andato in pensione. Negli ultimi tre anni di lavoro ho utilizzato prevalentemente una bici elettrica per raggiungere il posto di lavoro (13 chilometri da un comune della cintura torinese al centro della città). Sono anche un motociclista quindi sono abituato a fronteggiare la distrazione (o magari arroganza) di alcuni automobilisti.
    Ho sempre evitato come la peste le piste ciclabili o perché intasate di pedoni e conduttori di cani (alcuni dei quali altrettanto distratti e arroganti) oppure assurdamente lunghe o poco rassicuranti perché isolate e squallide. Indosso in genere il casco, anche perché ho l’abitudine di averlo in moto, anche se ho molti dubbi sulla sua efficacia (dovrei oltretutto litigare in casa se decidessi di non indossarlo!!).
    Soprattutto, in moto come in bici, punto sulla visibilità: indumenti e borse riflettenti, faretto potente, lampeggiante anche di giorno. Gli automobilisti mi vedono e si misurano: insomma per strada mi sento sicuro. L’unico vero rischio che ho dovuto affrontare era dovuto alle pietose condizioni del fondo stradale.
    Secondo me la chiave è puntare ad una seria convivenza dei vari tipi di mezzi sulle strade, riservando le piste ciclabili alle lunghe percorrenze (purché non siano punitive per i ciclisti costretti a giri viziosi) oppure all’instradamento dei vari tipi di traffico in corrispondenza dei grandi incroci cittadini. In generale bisognerebbe moderare la velocità e regolare il comportamento di tutti i mezzi, laddove circolano insieme.
    Insomma tanto si dovrebbe fare per modificare le strutture viarie e anche per modificare le strutture mentali di tutti gli utenti delle strade: tanto, tranne che inventarsi obblighi inutili. Un obbligo del genere darebbe l’illusione di aver risolto il problema mentre invece il problema non è stato neppure sfiorato. E poi.
    Vista la mia età, non vorrei che a qualcuno venisse in mente di costringermi ad indossare casco, paraschiena, scarponi chiodati o altro anche per passeggiare: pensa quante fratture si risparmierebbero facendo circolare tutti i pensionati in un girello!!!!

  5. Italo ha detto:

    Io vivo in Belgio vicino al confine con l’Olanda e faccio circa 5-6000 km allánno sia per andare al lavoro che per gare/raduni. Personalmente uso il casco da piu’di 20 anni ma per mia scelta e non per obbligo. Ne ho distrutti due in cadute rovinose durante gare e sono contento di indossarlo. Pero un ministro Olandese ebbe a dichiarare che se si introducesse l’obbligo del casco l’utilizzo della bici diminuirebbe notevolmente ed e’ quindi preferibile accettare un minimo rischio che non avere meno utenti ciclisti. Purtroppo in Italia abbiamo una massa di politici che non sanno nulla, sono arroganti e non vogliono informarsi e seguono solo l’umore della folla per avere piu’ voti. Pazzesco

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