“Volevamo fare gli esploratori”: la nostra Africa in bici, a 19 anni

“Volevamo fare gli esploratori”: la nostra Africa in bici, a 19 anni

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita”. È il famoso inizio di Aden Arabie, racconto di un viaggio iniziatico e di formazione del giovane Paul Nizan, uno dei libri di viaggio più intensi che vi possa mai capitare di leggere. Ma se a 19 anni decidi di partire per un viaggio avventuroso dagli esiti incerti, fantasticato e desiderato con il tuo migliore amico tra i banchi di scuola, allora quell’età sarà memorabile e l’inizio di una nuova storia.

Il viaggio in questione è quello che Dario Franchi ha fatto insieme al suo compagno di scuola, appena finite le superiori. A 19 anni, con due mountain bike che sì e no valevano 150 euro, caricano le borse e decidono di attraversare l’Africa, tutta l’Africa.

A raccontare questa straordinaria esperienza è lo stesso Dario Franchi, che riesco a contattare in modo del tutto fortunato. Contro ogni luogo comune, è uno dei tanti giovani che sta pochissimo sui social, giusto quando ha da raccontare qualcosa. Riesco ad avere la sua mail tramite il vecchio passaparola e così riesco a raggiungerlo al telefono, mentre è in Australia per preparare una nuova avventura: “È un viaggio in una delle zone meno esplorate della Papua Nuova Guinea. Sarà un viaggio in terre sconosciute e anche nel tempo, perché io e Oliver attraverseremo zone dove non ci risulta sia stato documentato il passaggio di altri. Sappiamo che lì vivono delle tribù isolate dal resto del mondo”.

Ecco, questo è Dario: un ragazzo di poco più di vent’anni che, dopo aver attraversato l’Africa in due volte, si prepara a un’avventura con la serenità dei saggi e l’allegria dei coraggiosi.

Dario e Oliver: come è iniziato tutto

Tutto nasce tra i banchi di scuola, con il suo amico Oliver (sarà lui ad accompagnarlo in questa nuova avventura): “A scuola non parlavamo d’altro: esplorazioni, progettare viaggi; ci piaceva la dimensione avventurosa degli esploratori del passato. In pratica ci siamo trovati”. Alchimie casuali che producono incontri che ti cambiano la vita. Per sempre.

Da bambino non facevo altro che disegnare mappe, mentre la maestra diceva che ormai tutto è stato esplorato”. Ma questo non frena la fantasia e il desiderio, se nascono dentro in modo autentico. Durante le superiori, prosegue Dario, “pensavamo all’avventura in ogni momento: era il nostro piano di fuga dalla scuola, per come ci veniva proposta. Nell’ultimo banco passavamo il tempo a progettare esplorazioni”. Più che una fuga, è un viaggio come strumento di emancipazione e di crescita. Viaggiatori per essere, domani, persone libere, aperte alle altre culture.

“Esperienza zero”: ma il progetto si concretizza

Il sogno che li ha uniti per tutti e cinque gli anni delle superiori, e che ha cementato la loro amicizia fraterna, si realizza l’ultimo anno. Dario e Oliver comprano due biciclette “che valevano sì e no 150 euro”, le borse se le fanno prestare da amici che non le usavano, recuperano la poca attrezzatura necessaria per il grande viaggio: tenda, fornellino, una mappa.

Esperienza zero: mai fatto un viaggio in bici. Ogni tanto andavamo via due giorni in tenda nei boschi vicino casa e, a parte questo e qualche fuga da scuola per scalare le montagne dietro casa, non avevamo fatto altro”. Un viaggio epico a cui nessuno crede: pedalare da Firenze fino a Capo Agulhas, in Sudafrica.

Sembra il racconto di un’epoca lontana, l’epopea di pionieri e avventurieri. Sembra strano, invece, che nel tecnologico 2022, mentre cicloviaggiatori più o meno adulti sui gruppi social si sfiniscono sui tecnicismi di ogni tipo, ogni cosa venga esaminata nel minimo dettaglio: tipo di copertoni, cambio elettronico, grandezza dei lumen, dispositivi wireless migliori, durata delle batterie, zone di allenamento. Tutto molto comprensibile per chi non si sente sicuro, ma a volte è solo ansia da prestazione, desiderio del top di gamma, volontà di mettere a frutto il consiglio del celebre influencer.

Ma a volte si dimentica l’essenziale: la motivazione che ti spinge a viaggiare e il gusto di lasciarsi andare.

La prima volta che montavo su una bicicletta da viaggio era il giorno che sono partito”. Due ragazzi senza esperienza né tecnica, senza tabelle di allenamento, ma con la spensieratezza dei loro vent’anni ci provano.

Preparazione

Sempre Dario: “Nei mesi precedenti la partenza, comunque, abbiamo studiato alcune mappe e abbiamo chiesto qualche informazione ad altri viaggiatori. Piano piano impari come trovare le giuste informazioni senza per forza imbottirti di cose che finiscono solo per creare molta confusione. Ad esempio, c’è un gruppo WhatsApp formato dai pochi viaggiatori che attraversano il West Africa e che magari avevano qualche tratto in comune con il nostro percorso: lì ti passano tutte le informazioni, che però cambiano spesso, vista l’instabilità di alcuni Paesi”.

I genitori sostengono l’impresa e non sembrano preoccupati: “Ci dicevano che tanto alla prima foratura saremmo tornati indietro e comunque erano abbastanza tranquilli”. La fiducia che ripongono nell’impresa di Dario e Oliver nasce dal fatto che riconoscono la passione autentica dei loro figli,ovvio che una volta che abbiamo lasciato l’Europa erano anche un po’ preoccupati. È normale”. Ma i loro genitori hanno sostenuto, non assecondato i sogni di Dario e Oliver: “Quando hanno visto la dedizione e lo studio con cui ci mettevamo a preparare la nostra avventura, ci hanno sostenuto, non hanno mai remato contro”.

Finalmente in viaggio

Il 10 ottobre 2022 Dario e Oliver partono da Piazzale Michelangelo, a Firenze, e pedalano per ben cinque mesi. Attraversano l’Europa, s’imbarcano ad Almería, in Spagna, sbarcano a Nador e scelgono l’entroterra piuttosto che la costa. Senza rendersene conto si ritrovano sulla catena montuosa dell’Atlante, con qualche cima innevata, e da lì verso il clima desertico del Sahara.

Proseguono per altri 8.700 km, attraversando la Mauritania fino alla Guinea. Viaggiare, per loro, è un’esperienza che si affida al senso delle possibilità e non tanto al principio di realtà: sono le occasioni che si presentano, impreviste, inaspettate, positive e negative; sono gli incontri che si fanno, l’aiuto che si riceve. L’incontro con l’altro.

Dario e Oliver si fermeranno in Guinea: la stagione delle piogge è alle porte e poi “le bici ormai erano praticamente finite, la tenda inservibile, non avevamo più soldi”. Non si danno per vinti e, come in un romanzo di Conrad, con i visti scaduti tentano di farsi dare un passaggio da una nave diretta in Sud America, ma la stagione delle piogge e una ragionevole stanchezza li portano a decidere per il rientro. Fanno i bagagli e tornano a casa.

Dopo il viaggio: un nuovo obiettivo

C’è molta retorica sul viaggio di questi tempi, soprattutto sui social, dove si tende a raccontare il successo di un’impresa, la performance raggiunta. Si perde così la bellezza delle deviazioni improvvise, delle soste fugaci, negandosi nella vita la disponibilità delle digressioni.

Si dice spesso che viaggiare non è raggiungere una mèta, ma ci mostriamo ansiosi se non abbiamo la traccia, l’attrezzatura adatta, la preparazione scientifica. “Non fatemi più un quadro affascinante di viaggi poetici redentori (…) Il viaggio è un seguito di irreparabili perdite”, scrive sempre Paul Nizan in Aden Arabie. Dario e Oliver non raggiungono l’obiettivo, ma se ne danno uno nuovo.

Tornare indietro, disfare le borse: la strada che si sfalda si ricompone e si riassesta. Dario decide di portare a termine la sua avventura: va a lavorare sei mesi in un rifugio sulle Dolomiti, studia molto perché, dice, “da solo avrei dovuto affrontare molti più problemi”.

Mette insieme i soldi e, con l’aiuto di un amico meccanico e telaista, si costruisce una bicicletta più robusta: una mountain bike riadattata come bici gravel, in titanio, “niente di sofisticato, ma essenziale, perché in Africa trovare i pezzi di ricambio non è semplice”.

Il ritorno in Africa

Oliver, nel frattempo, ha scelto la sua grande passione: l’alpinismo. Così, nell’agosto del 2024, Dario riparte da solo. Pedala per 15 mesi, percorre 13.000 km, attraversando tutta l’Africa occidentale, ripartendo dal Senegal per “godersi la Guinea”, che non era riuscito a vedere come avrebbe voluto durante il primo tentativo: Costa d’Avorio, Ghana, Camerun, Congo (dove per un mese dorme in tenda nella foresta), Angola, Namibia e infine Sudafrica.

Quello che muove Dario è “il desiderio di andare verso l’ignoto, attraversare le terre meno battute dai cicloviaggiatori”.

Viaggiare significa fare i conti anche con la storia. In Nigeria racconta di aver vissuto i momenti più difficili: “Avevo abbastanza paura; in quel periodo il gruppo terroristico di Boko Haram controllava larga parte del nord-ovest e del sud-ovest e c’erano parecchi rapimenti. Avevo visto molta tensione sia tra i civili che tra i militari. Il 70% dei miei pernotti erano nei checkpoint sorvegliati dai militari, il resto nelle guest house che trovavo lungo la strada”.

Nuovi incontri, nuove prospettive

Non è questo, però, il ricordo che gli scalda di più il cuore e che infiamma il suo viso, ma sono gli incontri fatti: chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero; non possiede una vera casa, uno spazio ritagliato nell’infinito degli orizzonti attraversati, ma può solo sostare momentaneamente, con rispetto e gratitudine.

Nei villaggi, con il poco a disposizione, Dario viene ospitato, nutrito, protetto: “Venivo circondato da tanti bambini curiosi di vedere uno straniero dalle loro parti”, si emoziona.

Attraversare il mondo significa fare dell’esperienza vissuta un’occasione per formare la propria personalità. Si diventa “un uomo dalle suole di vento”, come fu definito da Verlaine l’inquieto poeta viaggiatore Arthur Rimbaud, che scelse di andare a vivere nell’Africa orientale.

L’esperienza del viaggio nutre, ma non sazia la fame di conoscenza: alimenta costantemente la curiosità. La bicicletta è la cosa più bella del mondo ed è il modo di viaggiare più bello. Farlo con il tuo migliore amico lo è ancora di più”.

Dario e Oliver di nuovo in viaggio

Si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se è una casa diversa. Ora Dario si trova in Australia da qualche mese; fra poco lo raggiungerà il suo amico fraterno Oliver, che nel frattempo si è dedicato alla sua attività preferita, diventando un alpinista esperto.

Insieme partiranno per una nuova esplorazione. Sempre Dario racconta: “Quando sono rientrato in Italia ci ho messo del tempo a riprendere le abitudini di prima e anche nei mesi passati a Melbourne mi sono accorto che la città mi stava stretta. Ora a Townsville vivo più a contatto con la natura. Sono venuto in Australia per prepararmi a questa nuova avventura in Papua Nuova Guinea, ma non voglio aggiungere molto altro. Si tratta di un’esplorazione molto differente. Non improvviseremo, ma non seguiremo itinerari già tracciati. Ci interessa esplorare posti dove non è stato documentato alcun passaggio”.

Il sogno di Dario è fare l’esploratore, come tanti altri, nonostante “il mondo sia pressoché tutto esplorato”. Ma, in una forma moderna, significa anche viaggiare nei luoghi meno tracciati, attraversare frontiere non solo geografiche ma culturali e sociali, sentire vicino chi è lontano, raccontando l’amore per la bellezza che si incontra nei luoghi più remoti e selvaggi attraverso i documentari.

Per Dario significa tenere l’esistenza in pugno senza consultare minuziose mappe tracciate per difendersi dal caos della vita. La mèta del suo viaggio è attraversare l’ignoto per conoscere le persone che abitano dall’altra parte del mondo.

Per saperne di più

Su RADIO IMMAGINARIA Dario ha mandato i suoi audio dove racconta per ogni tappa il suo viaggio fino in Sudafrica, mentre sul suo canale Youtube si trovano i video che documentano la sua avventura

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