Fare sport ci rende davvero persone migliori?

Fare sport ci rende persone migliori?

Il tema di questo articolo nasce da un confronto con un amico. Al momento in cui sto scrivendo mio figlio ha quasi 5 anni e ho deciso di iscriverlo a scuola rugby e il mio amico mi ha chiesto: “Ma non è uno sport violento?”, come se praticarlo rendesse violenti. Così ho deciso di andare a vedere cosa dice la scienza in merito alla domanda: fare sport ci rende persone migliori?

Perché fare sport ci rende migliori

Donna in bicicletta San Sebastiano Po
(credits foto Marco Ginevro)

Da sempre la pratica dello sport viene accostata ai concetti di costanza, perseveranza, sacrificio, tutti aspetti che permettono a una persona di mettersi a confronto con sé stessa e migliorare attraverso le difficoltà. Spesso (come nel caso del mio amico) si pensa che praticare uno sport violento produca un incremento dell’aggressività. Avendo praticato arti marziali per molti anni, anche io mi sono chiesto spesso questa cosa. In una bella review dal titolo “The effect of martial arts training on mental health outcomes” (Journal of Bodyweight Movement Theraphy, 2020), viene invece mostrato come chi pratichi arti marziali presenti livelli di aggressività più bassi rispetto alla media. Non solo, i praticanti di questi sport presentano anche altri elementi che li rendono sicuramente persone “migliori della media”:

  • L’autoefficacia, cioè la consapevolezza di essere in grado di fare qualcosa, è più alta, cosa che porta chi pratica sport a esporsi a situazioni difficili (come un esame, un colloquio di lavoro) molto più facilmente rispetto ai sedentari, che tendono a rifuggire tali situazioni;
  • Gli stati ansiogeni e depressivi sono meno comuni nei praticanti, con conseguenze migliori sulla salute mentale;
  • I livelli di attenzione sono più elevati rispetto alla media delle persone sedentarie e ciò fa sì che chi pratichi sport abbia una maggior consapevolezza delle situazioni che sta vivendo ed è più “presente nel momento presente”;
  • Infine i livelli di creatività e di capacità di risoluzione di problemi sono più elevati;

In sostanza una persona che pratica sport (lo studio si applicava alle arti marziali ma i benefici sono trasversali alla pratica sportiva in generale) tende ad avere una consapevolezza e una salute mentale più equilibrate e questo le rende persone migliori, poiché sanno affrontare i problemi della vita in modo più dinamico, sono meno intimoriti dalle sfide e tendono a non dare la colpa dei propri errori a persone esterne, alla ricerca di un capro espiatorio.

Tali effetti sono determinati dagli stati cognitivi che si presentano durante l’attività sportiva, dei quali abbiamo già parlato:

  • La fatica centrale, che riduce l’attività del sistema nervoso e di conseguenza la generazione di pensieri discordanti;
  • Lo stato di flow, ovvero di consapevolezza e presenza mentale;
  • Il runner’s high, uno stato di alterazione dell’umore causato dalla secrezione di neurotrasmettitori che provoca uno stato euforico;

Perché fare sport non ci rende migliori

Fare sport ci rende persone migliori?

Lo sport (che spesso viene confuso con la semplice attività fisica) è per definizione un’attività motoria strutturata volta alla competizione agonistica. Competizione che spesso è contro altre persone che praticano la medesima disciplina. E questo ha dei risvolti negativi.

Il primo è l’ossessione per la pratica stessa, per l’adrenalina della competizione, per il cercare di migliorare tempi e prestazioni anche a costo della propria salute. Mi occupo di visite biomeccaniche dal 2015 e più di 1000 ciclisti sono passati dal nostro Bikeitalia LAB di Monza. Qualcuno di questi presentava problemi fisici dovuti da un allenamento eccessivo, incoerente, a volte ai limiti del masochismo e il corpo aveva fatto in modo di mostrare il suo disaccordo, spesso con un infortunio da sovraccarico.

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E purtroppo, come dimostrano i casi di cronaca, dove c’è competizione c’è anche la tendenza al gioco sporco.

Da una parte abbiamo il doping, così tristemente famoso nel ciclismo come in altri sport come il bodybuilding, dove in alcune competizioni l’uso di steoridi è così vasto e strutturato da produrre la “roid rage”, ovvero la rabbia da steroidi. Sono drammatici i casi di alcuni pugili o wrestler che hanno ucciso la famiglia e sé stessi in preda al delirio da steroidi anabolizzanti. Ma lo stesso vale per il doping meccanico, dove ciclisti della domenica sono stati “beccati” con il motorino elettrico nel tubo piantone, con esiti al limite del grottesco (soprattutto se paragonati ai piazzamenti ottenuti).

Dall’altro lato, quando si tratta di competizioni, emerge anche involontariamente la tendenza all’imbroglio. Nel bel libro “L’ascesa degli ultrarunners”, lo scrittore britannico Finn dedica un intero capitolo al “cheating”, cioè all’imbroglio messo in atto da ultrarunner anche in competizioni prive di esposizione mediatica, dove non vi erano soldi in palio e spesso messo in atto per raggiungere posizioni tutt’altro che degne di nota. Corridori che salgono in auto, che si fanno aiutare da parenti, che tagliano il traguardo, che alterano i dati del GPS o che lo spengono di proposito. Lo stesso Kilian Jornet ha subito delle polemiche perché, secondo alcuni esperti, i dati del GPS della sua scalata in solitaria all’Everest non erano coerenti con i suoi racconti. Finn, nel libro, chiede a un esperto il perché, anche in competizioni poco conosciute, senza seguito televisivo e con premi irrisori in palio, le persone tendano a barare comunque. La risposta dell’esperto mi ha davvero colpito: “La competizione è innata nel nostro istinto di sopravvivenza e per l’istinto di sopravvivenza non vi è nulla di non etico”.

In sostanza, quando si tratta di competizione sportiva, siamo tutti dei probabili truffatori quando la posta in gioco si fa importante e scattano dei meccanismi innati di sopravvivenza, che ci portano a mettere in atto delle azioni che, razionalmente, non faremmo mai.

Non fraintendetemi, non sto dicendo che chiunque faccia sport competitivo stia barando. Ma gli studi sottolineano il fatto che maggiore l’importanza che diamo a una competizione, maggiore potrebbe essere la tendenza a ricorrere a scorrettezze nel caso in cui vedessimo che il risultato da noi tanto sperato si stia allontanando. E questo è cablato nel nostro istinto.

Concludendo

La risposta è sì ma con un distinguo. Non è lo sport in sé a renderci migliori bensì lo è l’attività fisica, che sia finalizzata alla prestazione sportiva o meno poco importa. Non è la competizione con gli altri a renderci migliori bensì la competizione con noi stessi a farlo. È una grande differenza, direi sostanziale. Possiamo essere grandi sportivi ma non imparare nulla dalla pratica oppure possiamo dedicarci a un’attività motorio non strutturata e imparare costantemente dalle sfide alle quali sottoponiamo il nostro corpo. Perché i tre aspetti positivi che ho elencato prima non sono specifici dello sport bensì lo sono di qualunque attività fisica, fosse anche il semplice camminare.

È questo il grande distinguo ed è il cambiamento di forma mentis che dobbiamo operare: ciò che ci rende migliori è il sottoporre noi stessi a delle prove e uscirne più consapevoli delle nostre capacità e nel mentre sviluppare ulteriori capacità cognitive che ci supportino poi nella vita di tutti i giorni.

Quando mi alleno, quando corro, pedalo o sollevo pesi, io non sto praticando alcuno sport, perché non vi è competizione. La competizione è con me stesso. E ogni volta che riesco a correre un chilometro in più, scalare una montagna più alta, alzare un peso maggiore, acquisto più consapevolezza delle mie possibilità e dei miei limiti, che ho scoperto essere molto elastici.

Per cui si dice che lo sport è una palestra di vita, il che è vero ma fino a un certo punto. È l’attività fisica, quando è volta al miglioramento di sé, a essere la palestra di vita ed è in grado di renderci persone migliori, più presenti, più sane e soprattutto più felici.

Il che, se mi permettete, è un risultato che vale tutto il sudore speso.

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