“Fatico, dunque sono”

26 Gennaio 2021

Fatico, dunque sono

Nel 1637 il grande filosofo francese René Descartes, conosciuto da noi in Italia come Cartesio, pubblicò una delle sue opere principali: il “Discorso sul metodo”. All’interno del libro vi è un capitolo nel quale Cartesio mette in atto un dubbio, un ragionamento talmente innovativo che venne definito “dubbio cartesiano”: Cartesio immagina di essere vivo ma poi pensa “e se stessi sognando?”. E così inizia a elencare le sensazioni del corpo, dicendo che però non sono reali, sono effimere e smantella ogni percezione fino a che non rimane il solo pensiero. E qui sostiene che “io sono vivo se sono un essere che pensa” e nasce così una delle frasi più famose al mondo:

“Cogito, ergo sum” (Penso, dunque sono).

Fatico dunque sono

Prendo spunto da Cartesio per cambiare un attimo il ragionamento. È vero, l’atto di pensare è fondamentale nella nostra vita (anche il fatto di essere qui, al computer a scrivere questo articolo e voi a leggerlo presuppone che stiamo pensando, dunque siamo vivi). Ma c’è dell’altro, deve esserci dell’altro. E così, ragionando, ho pensato di modificare la frase di Cartesio in “fatico, dunque sono”.

Viviamo nell’epoca più industrializzata, tecnologica e avanzata della storia dell’umanità. Tutto è meccanizzato, non dobbiamo più spostarci dalla nostra sedia per comprare il cibo, per eseguire delle commissioni, per vivere. Possiamo fare tutto dal nostro divano, usando uno smartphone pieno di app. La fatica è stata bandita dalle nostre vite. Questa è una grande conquista del genere umano ma sta presentando un grande problema: siamo sempre più distaccati dal nostro corpo, sempre più addormentati nelle nostre comodità, sempre meno connessi con la parte fisica di noi stessi. E il corpo presenta sempre il conto di questo. Secondo lo studio “Homeostasis, Inflammation, and Disease Susceptibility” (Cell Press, 2015), il nostro organismo non è abituato a passare tempi così lunghi senza la minima perturbazione dell’omeostasi (ovvero degli equilibri delle reazioni chimiche del nostro corpo) e quindi va in crisi. L’aumento esponenziale delle malattie croniche non trasmissibili è una delle ricadute di questa situazione.

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Perché, allora, “fatico, dunque sono”? Me ne sono reso conto sempre di più nel tempo: quando termino una corsa in montagna, una pedalata in mtb o un allenamento della forza con le kettlebell, le mie percezioni sensoriali sono acuite. Questo è dato dalla combinazione di molecole che scatenano il runner’s high, dall’affaticamento del sistema nervoso che produce il flow, dalla riduzione della sensibilità dolorifica e dall’aumentata connessione mente-muscolo. In quel frangente, subito dopo un’attività fisica di qualunque genere, l’affaticamento non spegne le mie facoltà cerebrali, tutt’altro, le affina, le rende più sensibili. Dopo una corsa avverto i polpacci pulsare il sangue, dopo una pedalata sento le ginocchia lubrificate dal liquido sinoviale, dopo un allenamento con i pesi avverto i muscoli delle spalle contrarsi per lo sforzo effettuato. È una sensazione di connessione con il mio corpo, che mi permette di capire che sono davvero vivo.

Passo la maggior parte del tempo disconnesso dal mio corpo e dal momento presente (soffro di sindrome dell’iperattività e deficit attentivo ma questo non vale solo per me). Molto spesso porto avanti la mia vita in maniera automatica, basandomi su abitudini ormai “cablate” nel mio sistema nervoso, di frequente con la mente da tutt’altra parte.

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L’attività fisica è la porta che apre la chiave della presenza mentale, dell’attenzione alle percezioni del corpo, al momento presente, al “Carpe diem, quam minimum credula postero“, come sosteneva il poeta latino Orazio, cioè “cogli l’attimo e confida il meno possibile nel domani”. In quel breve lasso di tempo subito dopo l’attività fisica, grazie alle percezioni della fatica, colgo l’attimo per sentirmi veramente vivo.

“Fatico, dunque sono”

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