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10 miti da sfatare su Bikefitting e messa in sella

Bikelife, Biomeccanica, Salute • di

Uno degli argomenti più interessanti (e tra i più seguiti su Bikeitalia) è decisamente quello della biomeccanica applicata al ciclismo, che comprende temi come il bikefitting o la messa in sella. Dato che si parla di un tema “border line” tra meccanica, medicina, ingegneria e scienze motorie, sono molti i dubbi, le leggende metropolitane e le imprecisioni che “orbitano” intorno all’argomento. In questo articolo abbiamo deciso di fare chiarezza, sfatando i 10 miti più comuni sul bikefitting e sulla messa in sella.

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Indice
1: Il bikefitting serve solo a chi fa gare
2: Meglio componenti leggeri che una messa in sella
3: Dopo la visita biomeccanica la posizione non cambierà mai
4: Il bikefitting è inutile, in sella si deve soffrire
5: Quello che conta è il software
6: Regolare bene la sella è il primo passo
7: Se ho dolori e infiammazioni, basterà regolare la bici
8: Ci si può mettere in sella anche con le formule matematiche
9: Il bikefitting è solo per bici da corsa
10: La posizione in bici ha delle regole rigide a cui attenersi
Video: La visita biomeccanica serve davvero?

1: Il bikefitting serve solo a chi fa gare


Con il termine bikefitting si descrive una serie di procedure che hanno l’obiettivo di adattare la bicicletta alle esigenze e alle caratteristiche del ciclista. Gli obiettivi di un bikefitting possono essere diversi: la massimizzazione della potenza, l’esaltazione delle caratteristiche del ciclista, la salvaguardia delle articolazioni ma tutte le procedure hanno un unico scopo, che è quello di offrire al ciclista la posizione più sostenibile. Per cui il bikefitting non deve essere visto come un vezzo per ciclisti agonisti o per professionisti, bensì come il punto di partenza per godere della bicicletta. Purtroppo il nostro corpo non si è evoluto per sostenere una posizione in bicicletta, per cui è molto facile sovraccaricare i muscoli o incappare in tecnopatie. Per agire alla radice ci si deve mettere in sella in modo professionale.

2: Meglio componenti leggeri che una messa in sella


Mito molto radicato e persistente, figlio di campagne marketing ossessive. Facciamo subito una proporzione: la prestazione in bicicletta dipende per l’80% dalla posizione e per il restante 20% dai componenti utilizzati (telaio aero, caschetto, ruote alto profilo, vestiti aderenti). Questa proporzione (creata grazie al teorema di Pareto, economista italiano) mostra effettivamente come investire i propri soldi in un bikefitting professionale sia decisamente più redditizio. A parità di spesa effettuata, una corretta messa in sella offrirà vantaggi più elevati rispetto alla sostituzione del telaio. Per cui per prima cosa si deve lavorare sull’80%, effettuando una corretta e professionale messa in sella. Solo dopo questa passaggio ha senso investire tempo e denaro per abbassare ulteriormente quel 20% restante.

3: Dopo la visita biomeccanica la posizione non cambierà mai


biomeccanica

Uno degli errori più comuni è quello di pensare che esista una posizione in sella “perfetta”, immutabile nel tempo e che basti effettuare una sola visita biomeccanica per trovarla e così andare forte per il resto della vita. La realtà è diversa. La posizione che assumiamo in sella è influenzata da numerosi fattori: età, lavoro svolto, flessibilità, obiettivi, infortuni. Come si può immaginare, sono tutte variabili che mutano nel tempo e quindi è impensabile che la posizione in sella rimanga sempre la stessa anche col passare degli anni o la differenziazione degli obiettivi. La posizione in sella è fluida e flessibile e si adatta con il tempo al corpo. Per questo esiste la finestra biomeccanica, ovvero un range di angoli corporei dentro i quali si può andare a modificare l’impostazione di sella. Nulla rimane immutabile nel tempo e nemmeno la propria posizione in sella.


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4: Il bikefitting è inutile, in sella si deve soffrire


Il ciclismo è uno sport di resistenza, che implica un notevole sforzo e una propensione alla fatica. E’ la cosa che rende i ciclisti persone volitive e indomite. Purtroppo molte persone hanno confuso il termine sofferenza (fisica e mentale) con quello di dolore. Sulla sella si deve fare fatica, è innegabile, ma non si deve provare dolore. Avere i crampi, contratture, “sentire gli spilli” nel ginocchio, scendere da sella con la schiena che brucia o le mani intorpidite non è naturale.

Il dolore è un meccanismo di autodifesa del nostro organismo, che segnala la presenza di un danno. Il nostro corpo è programmato per sopravvivere e il dolore è il campanello d’allarme che segnala che qualcosa non va e non va ignorato, non si devono stringere i denti. Il dolore va ascoltato, non va zittito a furia di antidolorifici. Il dolore in bicicletta è sintomo di una posizione sbagliata e per questo il bikefitting può aiutare (senza risolvere del tutto, poiché le cause sono molteplici) a eliminare le cause relative alla bicicletta e quindi migliorare l’esperienza della pedalata.

5: Quello che conta è il software


Il bikefitting non è una missione, è un’attività commerciale, dove un biomeccanico qualificato mette a disposizione le proprie competenze dietro pagamento della prestazione. Per questo sono nate moltissime aziende che producono attrezzature e software per la messa in sella. Una delle opinioni più diffuse tra i ciclisti (e i biomeccanici che vogliono aprire un proprio laboratorio) è quella di pensare che il software di bikefitting faccia tutto e che quindi più è “figo” il software, più è bravo il biomeccanico.

Il vero valore aggiunto in un bikefitting non è il software, è il biomeccanico, con le sue competenze, le sue nozioni di medicina, anatomia, la sua esperienza e sensibilità. Una grande dote del biomeccanico deve essere quella di saper ascoltare il ciclista, capire le sue esigenze, i suoi “sogni” e farli coincidere con le reali possibilità del cliente. Il biomeccanico non deve mai mettere in sella un cliente in una posizione che non può sostenere, anche se è stata espressamente richiesta. Il valore aggiunto non si ottiene imparando a digitare i valori su un computer ma ascoltando i clienti e riuscendo a trovare l’esatto compromesso all’interno della finestra biomeccanica.

6: Regolare bene la sella è il primo passo


La sella è importante ma il fondamento della posizione in sella, la causa di gioie e dolori della pedalata è il piede sul pedale. E’ questo il punto più importante da valutare e deve essere sempre (e ripeto sempre) la prima regolazione da effettuare su una bici. Trovare la giusta posizione del piede in avanzamento, spostamento laterale e inclinazione delle tacchette è il primo step di ogni visita biomeccanica che si rispetti. Solo dopo aver sistemato il piede, si passerà alla sella. Gli anglossassoni, quando parlano del bikefitting, definiscono come fondamento il “foot-pedal-interface” cioè il rapporto tra il piede e il pedale.

7: Se ho dolori e infiammazioni, basterà regolare la bici


Le tecnopatie, cioè le patologie fisiche generate da una scorretta messa in sella, possono presentarsi come dei semplici fastidi passaggeri (un indolenzimento delle mani che passa appena si staccano dal manubrio) fino a vere e proprie condizioni invalidanti (un ginocchio infiammato da rendere difficoltosa anche la camminata). Il bikefitting elimina o comunque limita le cause di queste tecnopatie, cercando di trovare la posizione più sostenibile in sella ma non è e non potrà mai essere la soluzione a patologie ormai sviluppate. Per cui se si hanno dei problemi fisici ormai importanti, dovuti a posizionamenti sbagliati in sella o a una bici di taglia sbagliata, si deve ricorrere al medico, per valutare terapie e metodologie di cura. Il biomeccanico non è (e non ha nemmeno l’autorizzazione per farlo) un sostituto di un medico qualificato.

8: Ci si può mettere in sella anche con le formule matematiche


Cavallo per 0,85, Busto x 0,88 e così via sono formule matematiche nate negli anni ’80 e che ancora oggi spopolano molto. Possono essere usate per effettuare una regolazione grossolana della bicicletta o per controllare di non avere una sella troppo alta o bassa ma non possono comunque sostituire un bikefitting professionale per numerosi motivi.

In primo luogo una formula matematica è asettica e offre lo stesso valore di sella a due persone diverse, che hanno però lo stesso cavallo. Queste due persone possono però avere una notevole differenza di flessibilità muscolare, fare due lavori agli antipodi, avere delle dismetrie. In sostanza le formule matematiche sono oggettive e non tengono conto delle caratteristiche del ciclista. In secondo luogo offrono una valutazione prettamente statica, senza un’analisi dinamica della pedalata e dell’impatto dell’altezza di sella sulla prestazione. Le formule matematiche vanno benissimo per evitare errori molto evidenti di posizionamento ma non possono sostituire un iter di bikefitting professionale.

9: Il bikefitting è solo per bici da corsa


Questa opinione è molto radicata perché le aziende che creano software e prodotti di biomeccanica usano nelle foto promozionali solo bici da corsa o hanno come testimonial stradini famosi. In realtà il bikefitting si applica su tutte le discipline: mtb, pista, time trial, thriatlon, anche sulle bici da trekking. A ogni disciplina e bici corrispondono differenti schemi e finestre biomeccaniche ma non esiste bicicletta che non possa essere regolata seguendo le procedure valide per la bici da corsa.

10: La posizione in bici ha delle regole rigide a cui attenersi


Nel 1972 il Coni pubblicò un libro di biomeccanica, definito dagli inglesi “The Italian Cycle Bible”, che offriva dei suggerimenti sulla messa in sella. Il libro sosteneva che si dovesse pedalare con i piedi dritti, con le ginocchia verso il telaio e con la schiena curva sul tubo orizzontale. Il successo del libro fu tale che ancora oggi molti ciclisti sono convinti che esistano dei dogmi sulla posizione in sella.

In realtà è tutto il contrario: non si deve mai obbligare il ciclista in una posizione per lui innaturale. In sostanza si deve fare in modo che sulla bici questi si muova come quando cammina. Per questo i piedi devono essere alla stessa inclinazione di quando cammina, il ginocchio deve essere in linea con il secondo dito del piede e non piegato in dentro o in fuori e la schiena deve posizionarsi in modo da non incappare in tecnopatie. Obbligare sé stessi o gli altri in posizioni innaturali o forzate è il primo passo per farsi davvero del male.

Video: La visita biomeccanica serve davvero?







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