Monossido di carbonio e ciclismo: in questo articolo andiamo a vedere lo (strano) rapporto tra questa molecola e la prestazione di endurance.
È un tema discusso nell’ambito dell’attuale Tour de France 2024, ovvero si dice che atleti come Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard facciano uso della tecnica del rebreathing, cioè dell’inalazione del monossido di carbonio prima di pedalare. È vero? Si tratta della solita leggenda metropolitana oppure è l’ennesimo “segreto” dei pro, al pari delle pedivelle corte e del bicarbonato nella borraccia? Vediamo cosa dice la scienza in merito.
Cos’è il monossido di carbonio
Il monossido di carbonio (CO) è un gas incolore, inodore e altamente tossico. È formato dalla combustione incompleta di sostanze contenenti carbonio, come il carbone, il legno, il gas naturale e altri combustibili fossili.
Il monossido di carbonio è pericoloso perché può essere assorbito nel flusso sanguigno più facilmente dell’ossigeno, legandosi all’emoglobina e riducendo la capacità del sangue di trasportare ossigeno ai tessuti corporei. L’avvelenamento da monossido di carbonio può causare sintomi come mal di testa, vertigini, nausea, confusione mentale e, nei casi gravi, può essere fatale.
Gli effetti del monossido di carbonio sulla prestazione nell’endurance
In linea teorica, il monossido di carbonio ha effetti negativi sulla prestazione di endurance, in quanto si può avere:
- Riduzione del trasporto di ossigeno: Il CO si lega all’emoglobina nel sangue con una affinità circa 200 volte maggiore rispetto all’ossigeno, formando carbossiemoglobina. Questo riduce la quantità di ossigeno che può essere trasportata dal sangue ai muscoli e agli altri tessuti.
- Riduzione della capacità aerobica: Poiché l’ossigeno è essenziale per il metabolismo aerobico, la presenza di CO riduce la capacità del corpo di produrre energia attraverso i processi aerobici. Gli atleti di endurance, che dipendono in gran parte dal metabolismo aerobico, vedranno una diminuzione significativa della loro capacità di mantenere sforzi prolungati.
- Affaticamento precoce: La diminuzione della disponibilità di ossigeno porta a un accumulo più rapido di acido lattico nei muscoli, causando affaticamento precoce e riduzione della performance.
Negli ultimi anni però, alcuni studi hanno investigato più nel dettaglio gli effetti dell’esposizione graduale, controllata al monossido di carbonio.
Nello studio “Carbon monoxide exposure during exercise performance: muscle and cerebral oxygenation” (Acta Physologica, 2011) è stato investigato l’effetto del monossido di carbonio (CO) nell’aria inspirata, come previsto durante le ore di punta del traffico nelle megalopoli inquinate, sull’ossigenazione cerebrale, respiratoria e dei muscoli delle gambe durante un test a potenza costante. Il tempo di performance non è variato tra le prove, anche se l’esposizione al monossido variava. Gli studiosi hanno concluso che l’inalazione di monossido riduce sì l’ossigenazione ma non ha effetti negativi (nemmeno migliorativi) sulla performance. Il campione, però, era solo di 9 persone.
Lo studio “A New Method to Improve Running Economy and Maximal Aerobic Power in Athletes: Endurance Training With Periodic Carbon Monoxide Inhalation” (Frontiers of Physiology, 2019), è stato un po’ più specifico. Dodici atleti universitari maschi, ben allenati nel calcio, hanno partecipato a un programma di allenamento su tapis roulant di 4 settimane, cinque volte a settimana.
I partecipanti sono stati assegnati casualmente a un gruppo sperimentale con inalazione di CO (INCO) (1 mL/kg di peso corporeo per 2 minuti) in O2 (4 L). La percentuale di emoglobina è aumentata dallo 0,7 al 4,4% dopo 1 ora di inalazione di CO e l’EPO è aumentato da 1,9 a 2,7 mIU/mL dopo 4 ore dall’inalazione di CO acutamente prima dell’intervento. Dopo l’allenamento, la tHb e il VO2max nel gruppo INCO sono aumentati significativamente rispettivamente del 3,7 e 2,7%, mentre non sono state osservate differenze significative nel gruppo NOCO.
Il consumo di O2 a velocità submassimali è diminuito di circa il 4% nel gruppo INCO. In acuto, l’EPO è aumentato bruscamente dopo l’inalazione di CO, raggiungendo il picco 4 ore dopo l’inalazione. Quattro settimane di allenamento con inalazione di CO prima delle sessioni di esercizio hanno migliorato tHb, VO2max e l’economia di corsa, suggerendo che l’inalazione moderata di CO potrebbe essere un nuovo metodo per migliorare le prestazioni di resistenza negli atleti.
Monossido di carbonio e ciclismo: cosa dice la scienza?
A Giugno 2024 ho partecipato alla conferenza Cycling & Science a Firenze e tra i relatori vi era Daniele Cardinale, della Swedish School of Sport and Health Sciences e membro della Swedish Sports Confederation, che ha presentato “Innovations in Altitude Training: Exploring Novel Approaches, Physiological Effects, and Performance Enhancement Strategies”.

Il prof. Cardinale ha presentato alcuni studi che ha realizzato sull’inalazione del monossido di carbonio in ciclisti. In sostanza il professor Cardinale si è posto una domanda: l’allenamento in altitudine è costoso e porta via tempo. Ci sono altri modi?
I risultati sembrano essere incoraggianti, poiché (come suggerito nello studio precedente), il monossido sembra mimare gli effetti dell’altitudine. L’esposizione al monossido di carbonio può essere una soluzione per mimare l’allenamento in altitudine? Al momento la domanda non ha risposta.
La macchina per la generazione delle quantità controllate di monossido di carbonio ha un costo molto elevato, necessita un’adeguata manutenzione continua e il suo avviamento richiede un supporto tecnico impegnativo, sia in termini di costi che di tempo.
Si tratta quindi di una sperimentazione che ha moltissima strada davanti a sé prima di trovare una risposta definitiva.
Monossido di carbonio e ciclismo: è il nuovo segreto dei pro?
Forse, ma forse, l’inalazione di monossido di carbonio da parte di atleti di endurance può permettere loro di avere più disponibilità di ossigeno e quindi migliorare la performance. Ma si tratta di qualcosa di molto sperimentale, non è illegale (non chiamatelo doping perché la WADA finora non si è pronunciata) e soprattutto non conosciamo i rischi a lungo termine di questa procedura. Ricordiamoci poi che stiamo parlando di atleti al top della forma, che userebbero questa strategia per trovare quel marginal gain fondamentale per fare la differenza.
Come riporta Road.cc, i team professionistici hanno smentito l’uso del monossido di carbonio per aumentare le prestazioni ma solo per effettuare test in altura.
E per noi comuni mortali? Forse noi siamo persino più “fortunati”: se abitiamo in Pianura Padana e andiamo in bici al lavoro, ogni mattina inaliamo molto più monossido di carbonio di quanto un ciclista professionista possa fare durante l’intero Tour de France.
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